SIFA National Conference
Bologna, September 23-26, 1998
Science, Philosophy and Common Sense
Abstracts


Angelo Bottone
Università di Napoli

Il paradosso di Moore



La comunicazione che intendo presentare riguarda il cosiddetto paradosso di Moore che consiste nell'affermare una proposizione e contemporaneamente nell'affermare di non crederci.
Dire "Martedì scorso sono andato al cinema, ma non credo di esserci andato", oppure "C'è un gatto nella stanza ma non lo credo" è paradossale. Ma lo è perche' affermiamo una contraddizione o perche' è una frase senza senso in quanto logicamente impossibile? Si possono tollerare credenze contraddittorie?
Dopo una introduzione sulla paradossalità in generale, analizzerò il paradosso proposto da Moore partendo dalle riflessioni di Wittgenstein.
Nel capitolo X della seconda parte delle Rícerche Filosofiche e negli scritti raccolti poi sotto il titolo di Osservazioni sulla filosofia della psicologia e Sulla certezza, Wittgenstein si confronta con le idee di Moore ed in particolare con il suo paradosso, fornendo diversi spunti che avranno una notevole influenza sulle analisi successive. Le sue riflessioni riguardano la grammatica del verbo credere, l'origine del suo uso, la differenza tra la credenza propria e quella altrui, il credere falsamente, il rapporto tra credenza, conoscenza, certezza e senso comune. Egli sottolinea la differenza tra l'uso dei verbo credere alla prima persona singolare presente e quello in tutte le altre persone e in tutti gli altri tempi grammaticali, uso che sta alla base del paradosso. Dapprima nega che possiamo inferire le nostre credenze dal nostro comportamento o dalle nostre parole, come facciamo per le credenze altrui, ma poi arriva ad affermare che è possibile immaginare casi in cui si traggono conclusioni dall'ascolto delle proprie parole. Cercherò di dimostrare che l'esito del ragionamento di Wittgenstein, nelle Rícerche Filosofiche, sia l'ammissione della possibilità di casi in cui il paradosso di Moore si presenti sensatamente. Considererò poi in che misura le riflessioni sulle idee di Moore, che Wittgcnstein sviluppò fino a pochi giorni prima della morte negli appunti raccolti poi sotto il titolo di Sulla Certezza, portino elementi nuovi nell'analisi del paradosso.
Successivamente valuterò le letture che sono state date del paradosso da alcuni allievi di Wittgenstein, in particolare Max Black e Norman Malcolm.
Max Black partendo dall'analisi del linguaggio ordinario, arriva a sostenere che l'occorrenza di espressioni simili al paradosso di Moore, se non si intende dare alle parole un significato insolito, deriva da un uso improprio del linguaggio.
Di Norman Malcolm discuterò invece la proposta di considerare il paradosso senza senso perche' logicamente contraddittorio e quindi non intelligibile, e la sua critica a quanti considerano la credenza uno stato mentale.
Partendo dal sistema di logica doxastica proposto Newton da Costa, basato sul calcolo proposizionale paraconsistente C1 da lui sviluppato proporrò di considerare il paradosso di Moore sensato, anche se nasconde una contraddizione e cercherò di mostrare come paradossi simili si incontrano nel linguaggio ordinario in particolare in quelle espressioni che esprimono atteggiamenti autoingannevoli o superstiziosi, come nell'espressione comune "Non è vero ma ci credo".
Inoltre cercherò di mostrare come già nelle riflessioni di Wittgenstein erano presenti delle idee che hanno trovato compimento nella soluzione proposta dai paraconsistenti.



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