SIFA National Conference 
Bologna, September 23-26, 1998
Science, Philosophy and Common Sense
Abstracts 
 
Michele Di Francesco (difra@micronet.it) 
Università di Torino (Vercelli) 
Perchè non possiamo naturalizzare la gente.
Una critica alla tesi di impersonalità 
(Why people cannot be naturalized. A criticism to the impersonality thesis)
 

Uno dei principali momenti di conflitto tra scienza e intuizione - tra concettualizzazione scientifica e immagine ordinaria - rintracciabile nell'attuale filosofia della mente riguarda il problema dell'inserimento delle persone nell'ordine naturale. Tanto considerazioni filosofiche legate al tema dell'identità personale, quanto ricerche empiriche nell'ambito di scienza cognitiva e neuroscienze sembrano infatti mettere in discussione la rappresentazione intuitiva di noi stessi come soggetti integrati, unitari e continui, di esperienza.
Il problema dei rapporti tra persone e ordine naturale sembra in realtà avere due facce. La prima concerne la capacità delle scienze naturali (quali fisica, chimica, biologia, psicologia - soprattutto scienza cognitiva e neuroscienze) di rendere conto di quegli aspetti del soggetto di esperienza che appaiono piu' difficilmente integrabili nella visione naturalistica del mondo - nella quale tutto è, in ultima analisi, spiegabile nei termini di interazioni causali tra entità fisiche. In un certo senso siamo qui di fronte alla base di tutte le intuizioni anti-riduzionistiche - non a caso tra questi aspetti possiamo citare coscienza, intenzionalità, razionalità. La seconda faccia pone una questione complementare: la possibilità della visione ordinaria di noi stessi come soggetti di esperienza (ragionevolmente) unitari, continui e ben integrati di sopravvivere a quanto le attuali scienze della mente sembrano dirci rispetto al modo in cui in realtà si sviluppano le nostre attività mentali. In questo quadro, tanto la natura plastica, parallela e distribuita del funzionamento cerebrale ipotizzata dalle ricerche neurobiologiche quanto la struttura modulare e articolata in una molteplicità di agenzie cognitive sub-personali proposta dai modelli psicologici computazionali della cognizione, che vedono il pensiero nei termini del trattamento dell'informazione, sembrano ridimensionare l'immagine ordinaria di noi stessi - incentrata sul ruolo dei processi coscienti e sulla descrizione di alto livello delle nostre capacità psichiche nei termini della psicologia del senso comune (che utilizza nozioni come quelle di credenza, desiderio, timore, intenzione ecc.). Il risultato è una concezione del soggetto come emergente da una miriade di processi e calcoli inconsci e sub-personali, di mille se' autonomi che si sostituiscono all'io unitario, mettendo capo a una visione che pone una sfida cruciale alla comprensione di noi stessi e alla visione nella quale la natura centrale irriducibile delle persone appare come un dato essenziale.
In questa comunicazione affronto un (singolo) aspetto di questa vasta tematica, quello relativo alla possibilità di fornire una descrizione impersonale del mondo che sia nello stesso tempo completa. Una simile possibilità è esplicitamente asserita da Derek Parfit nell'ambito di una teoria che mira a ridurre ogni discorso che tratta dei soggetti di esperienza (delle persone) alla descrizione di relazioni tra classi di stati mentali, eliminando nello stesso tempo ogni forma di riferimento alla soggettività - fornendo così un resoconto impersonale della natura delle persone. Essa è inoltre implicita nella prospettiva neo-comportamentista di Daniel Dennett, che, tanto nelle sue analisi della coscienza quanto in quelle dell'intenzionalità configura la sua opposizione al 'mito' dello spettatore del teatro cartesiano nei termini di una riduzione dell'io a un 'personaggio virtuale' privo di ogni efficacia causale.
In moderata polemica con questi approccio, nella presente comunicazione prenderò in esame un insieme di argomenti che mirano a derivare l'implausibilità (se non l'impossibilità logica) di una simile strategia riduzionista/eliminativista sulla base delle difficoltà di una analisi in terza persona della soggettività. In particolare (anche sulla base delle riflessioni di T. Nagel, F. Jackson, J. Searle, G. Strawson, D. Chalmers) vorrei fornire le linee di tre argomenti che difendono l'irriducibilità della coscienza soggettiva:

(1) Tesi di unità: la coscienza soggettiva è la base per l'unità e la continuità dell'esperienza. Gli stati mentali coscienti appartengono a un soggetto la cui identità non può essere descritta dal punto di vista della terza persona (il nucleo di questo argomento è che non è disponibile alcuna definizione funzionale degli stati mentali al di là e indipendentemente dallo spazio unitario della consapevolezza soggettiva, che è cosi' presupposta da ogni analisi della coscienza).
(2) Tesi di prospetticità: la coscienza soggettiva è intrinsecamente prospettica, e questa sua natura non può essere spiegata in terza persona.
(3) Immunità dall'errore referenziale: l'accesso in prima persona ai propri stati soggettivi di esperienza è dato in un modo peculiare e immediato, testimoniato dall'immunità rispetto all'errore referenziale (immunity to error through misidentification); questo accesso epistemicamente speciale rende la relazione del soggetto con se stesso irriducibile.
Dopo aver fornito una lettura epistemologica di questi argomenti, la tesi conclusiva della comunicazione sarà che, sebbene una analisi impersonale dell'esperienza soggettiva non sia completamente esclusa a livello ontologico, dal punto di vista epistemologico non sembra esserci modo di rinunciare alla natura originaria e irriducibile della prospettiva della prima persona (e della soggettività vissuta) - una conclusione che appare per certi versi vicina allo spirito del dualismo delle proprietà.

Sul piano metodologico, infine, cercherò di trarre dalla discussione così presentata una morale provvisoria sul rapporto tra evidenza empirica, intuizione pre-filosofica e concettualizzazione scientifica nell'ambito della filosofia analitica. In particolare difendero' la tesi di una continuità metodologica tra la discussione contemporanea e le indagini dei padri fondatori della filosofia analitica (con riferimento soprattutto a Russell e al Circolo di Vienna). In questo quadro la ricerca di un 'equilibrio riflessivo' tra le diverse istanze del senso comune e della ricerca scientifica si contrappone al ricorso all'idea di una 'evidenza originaria' tipica della tradizione fenomenologica o alla sua 'decostruzione' da parte del filone post-heideggeriano.

 
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