Michele
Di Francesco (difra@micronet.it)
Università di Torino (Vercelli)
Perchè non possiamo naturalizzare la gente.
Una critica alla tesi di impersonalità
(Why people cannot be naturalized. A criticism to
the impersonality thesis)
Uno dei principali momenti di conflitto tra scienza e intuizione - tra
concettualizzazione scientifica e immagine ordinaria - rintracciabile nell'attuale
filosofia della mente riguarda il problema dell'inserimento delle persone
nell'ordine naturale. Tanto considerazioni filosofiche legate al tema dell'identità
personale, quanto ricerche empiriche nell'ambito di scienza cognitiva e
neuroscienze sembrano infatti mettere in discussione la rappresentazione
intuitiva di noi stessi come soggetti integrati, unitari e continui, di
esperienza.
Il problema dei rapporti tra persone e ordine naturale sembra in realtà
avere due facce. La prima concerne la capacità delle scienze naturali
(quali fisica, chimica, biologia, psicologia - soprattutto scienza cognitiva
e neuroscienze) di rendere conto di quegli aspetti del soggetto di esperienza
che appaiono piu' difficilmente integrabili nella visione naturalistica
del mondo - nella quale tutto è, in ultima analisi, spiegabile nei
termini di interazioni causali tra entità fisiche. In un certo senso
siamo qui di fronte alla base di tutte le intuizioni anti-riduzionistiche
- non a caso tra questi aspetti possiamo citare coscienza, intenzionalità,
razionalità. La seconda faccia pone una questione complementare:
la possibilità della visione ordinaria di noi stessi come soggetti
di esperienza (ragionevolmente) unitari, continui e ben integrati di sopravvivere
a quanto le attuali scienze della mente sembrano dirci rispetto al modo
in cui in realtà si sviluppano le nostre attività mentali.
In questo quadro, tanto la natura plastica, parallela e distribuita del
funzionamento cerebrale ipotizzata dalle ricerche neurobiologiche quanto
la struttura modulare e articolata in una molteplicità di agenzie
cognitive sub-personali proposta dai modelli psicologici computazionali
della cognizione, che vedono il pensiero nei termini del trattamento dell'informazione,
sembrano ridimensionare l'immagine ordinaria di noi stessi - incentrata
sul ruolo dei processi coscienti e sulla descrizione di alto livello delle
nostre capacità psichiche nei termini della psicologia del senso
comune (che utilizza nozioni come quelle di credenza, desiderio, timore,
intenzione ecc.). Il risultato è una concezione del soggetto come
emergente da una miriade di processi e calcoli inconsci e sub-personali,
di mille se' autonomi che si sostituiscono all'io unitario, mettendo capo
a una visione che pone una sfida cruciale alla comprensione di noi stessi
e alla visione nella quale la natura centrale irriducibile delle persone
appare come un dato essenziale.
In questa comunicazione affronto un (singolo) aspetto di questa vasta
tematica, quello relativo alla possibilità di fornire una descrizione
impersonale del mondo che sia nello stesso tempo completa. Una simile possibilità
è esplicitamente asserita da Derek Parfit nell'ambito di una teoria
che mira a ridurre ogni discorso che tratta dei soggetti di esperienza
(delle persone) alla descrizione di relazioni tra classi di stati mentali,
eliminando nello stesso tempo ogni forma di riferimento alla soggettività
- fornendo così un resoconto impersonale della natura delle persone.
Essa è inoltre implicita nella prospettiva neo-comportamentista
di Daniel Dennett, che, tanto nelle sue analisi della coscienza quanto
in quelle dell'intenzionalità configura la sua opposizione al 'mito'
dello spettatore del teatro cartesiano nei termini di una riduzione dell'io
a un 'personaggio virtuale' privo di ogni efficacia causale.
In moderata polemica con questi approccio, nella presente comunicazione
prenderò in esame un insieme di argomenti che mirano a derivare
l'implausibilità (se non l'impossibilità logica) di una simile
strategia riduzionista/eliminativista sulla base delle difficoltà
di una analisi in terza persona della soggettività. In particolare
(anche sulla base delle riflessioni di T. Nagel, F. Jackson, J. Searle,
G. Strawson, D. Chalmers) vorrei fornire le linee di tre argomenti che
difendono l'irriducibilità della coscienza soggettiva:
(1) Tesi di unità: la coscienza soggettiva è la
base per l'unità e la continuità dell'esperienza. Gli stati
mentali coscienti appartengono a un soggetto la cui identità non
può essere descritta dal punto di vista della terza persona (il
nucleo di questo argomento è che non è disponibile alcuna
definizione funzionale degli stati mentali al di là e indipendentemente
dallo spazio unitario della consapevolezza soggettiva, che è cosi'
presupposta da ogni analisi della coscienza).
(2) Tesi di prospetticità: la coscienza soggettiva è
intrinsecamente prospettica, e questa sua natura non può essere
spiegata in terza persona.
(3) Immunità dall'errore referenziale: l'accesso in prima
persona ai propri stati soggettivi di esperienza è dato in un modo
peculiare e immediato, testimoniato dall'immunità rispetto all'errore
referenziale (immunity to error through misidentification); questo accesso
epistemicamente speciale rende la relazione del soggetto con se stesso
irriducibile.
Dopo aver fornito una lettura epistemologica di questi argomenti, la
tesi conclusiva della comunicazione sarà che, sebbene una analisi
impersonale dell'esperienza soggettiva non sia completamente esclusa a
livello ontologico, dal punto di vista epistemologico non sembra esserci
modo di rinunciare alla natura originaria e irriducibile della prospettiva
della prima persona (e della soggettività vissuta) - una conclusione
che appare per certi versi vicina allo spirito del dualismo delle proprietà.
Sul piano metodologico, infine, cercherò di trarre dalla discussione
così presentata una morale provvisoria sul rapporto tra evidenza
empirica, intuizione pre-filosofica e concettualizzazione scientifica nell'ambito
della filosofia analitica. In particolare difendero' la tesi di una continuità
metodologica tra la discussione contemporanea e le indagini dei padri fondatori
della filosofia analitica (con riferimento soprattutto a Russell e al Circolo
di Vienna). In questo quadro la ricerca di un 'equilibrio riflessivo' tra
le diverse istanze del senso comune e della ricerca scientifica si contrappone
al ricorso all'idea di una 'evidenza originaria' tipica della tradizione
fenomenologica o alla sua 'decostruzione' da parte del filone post-heideggeriano.
|