SIFA National Conference 
Bologna, September 23-26, 1998
Science, Philosophy and Common Sense
Abstracts 
 
Luciana Di Serio ( diserio@nous.unige.it ) 
Università di Genova 

Quine e Wittgenstein: alcune osservazioni su olismo e senso comune 
 

R. Gibson, di recente (cfr. [Gibson, 1996]) ha posto a confronto aspetti olistici della filosofia del secondo Wittgenstein (soprattutto in riferimento a On Certainty) con l'olismo di Quine, quello estremo di "Two dogmas of empiricism" e quello moderato proposto da Word and Object in poi, ad esempio in "On Empirically Equivalent Systems of the World".
Il confronto è reso possibile dall'esplicito riferimento a passi delle opere citate in cui da una parte Quine dall'altra Wittgenstein considerano come intero un sistema di proposizioni:
 

141. Quando cominciamo a credere a qualcosa, crediamo non già a una proposizione singola ma a un intero sistema di proposizioni. (Sulla totalità la luce si leva a poco a poco). 142. Non singoli assiomi mi paiono evidenti, ma un sistema in cui le conseguenze e le premesse si sostengono reciprocamente. [Wittgenstein 1969, trad.it. 1978]. 

le asserzioni scientifiche non sono separatamente vulnerabili dalle osservazioni avverse, perche' è solo come teoria che esse implicano le loro conseguenze osservabili. Una riserva [all'olismo] ha a che fare con il fatto che alcune asserzioni sono strettamente connesse con l'osservazione mediante il processo dell'apprendimento del linguaggio. Queste asserzioni sono in verità sensibili separatamente alle prove dell'osservazione e al tempo stesso non sono libere dalla teoria perche' condividono molto del vocabolario delle asserzioni più remotamente teoriche. Ora la tesi di Duhem vale ancora, in modo piuttosto letterale, per queste asserzioni osservative. Perche' lo scienziato revoca occasionalmente persino un'asserzione osservativa (...). [Quine 1975, trad.it. 1982].

(Dall'ultimo passo citato emerge, secondo Gibson, l'aspetto moderato dell'olismo di Quine, in cui si specifica lo status particolare degli enunciati osservativi; tali enunciati, da un lato sono testabili separatamente rispetto agli enunciati teorici, dall'altro sono legati a questi ultimi perche' ne condividono in parte il vocabolario). 
La peculiarità degli enunciati osservativi risiede nella specifica modalità del loro apprendimento e discutere su tali modalità conduce a focalizzare l'analisi sui temi dell'evidenza sensibilee del senso comune.
A proposito di questi argomenti, Quine, discutendo e confutando la posizione dello scetticismo globale nel saggio "The Scope and Language of Science", sostiene che "non possiamo significativamente porre in discussione la realtà del mondo esterno, o negare che ci sia evidenza di oggetti esterni a prova dei nostri sensi" e quindi dobbiamo accettare tale realtà fisica o alla maniera dell'uomo della strada, privo di competenze specifiche, o ad un certo grado di "sofisticazione" scientifica.
Il processo conoscitivo della realtà fisica 

è di crescita e di mutamento graduale; non rompiamo con il passato, ne' giungiamo a modelli di evidenza e realtà differenti in genere dagli imprecisi modelli dei bambini e della gente comune. La scienza nonè un sostituto del senso comune ma una estensione di esso . Rinnegare il nucleo delle credenze di senso comune per richiedere evidenza riguardo a ciò che sia il fisico sia l'uomo della strada accettano come banale, nonè un lodevole perfezionismo;è una pomposa confusione [Quine 1966, pp. 229-230]

Quindi , conclude Gibson, l'olismo di Quine presenta elementi fondazionalisti proprio in relazione agli enunciati osservativi, all'evidenza e al senso comune. Quindi sembrerebbe esserci una forte affinità tra la posizione dell'ultimo Wittgenstein e quella di Quine circa lo status delle credenze di senso comune, dal momento che anche alla base dell'olismo di Wittgenstein si possono individuare aspetti fondazionalisti. Tali aspetti sono tutti legati all'idea - che peraltro Wittgenstein condivide con Moore - che vi sia un nucleo di credenze di senso comune assolutamente certe e indubitabili.
Tuttavia seguendo Stroll [1994]è possibile individuare due modelli di fondazionalismo nell'ultimo Wittgenstein. Vi è infatti un fondazionalismo relativo (o proposizionale): 

96. Ci si potrebbe immaginare che certe proposizioni che hanno la forma di proposizioni empiriche vengano irrigidite e funzionino come una rotaia per le proposizioni empiriche non rigide, fluide; e che questo rapporto cambi col tempo, in quanto le proposizioni fluide si solidificano e le proposizioni rigide diventano fluide. [Wittgenstein 1969, trad.it. 1978].

e un fondazionalismo assoluto ( o non -proposizionale):

162. Ho un'immagine del mondo. E' vera o è falsa? Prima di tuttoè il substrato di tutto il mio cercare e di tutto il mio asserire. Le proposizioni che la descrivono non sono tutte egualmente sottoposte a controllo. [Wittgenstein 1969, trad.it. 1978].

Gibson conclude (contrariamente a quanto fa Stroll) che proprio la posizione di Quine sul senso comune espressa in "The Scope and Language of Science" presenta una notevole similarità con il punto di vista fondazionalista assoluto dell'ultimo Wittgenstein. Obiettivo del presente contributoè tentare di confutare questa tesi di Gibson, analizzando in particolare il modo in cui Quine argomenta la sua tesi del linguaggio come uso e attività sociale (tesi che Quine stesso ritiene di condividere con Wittgenstein) a partire da situazioni semplici e basilari di apprendimento del linguaggio per via ostensiva (altro aspetto di apparente similarità con Wittgenstein). Questa analisi relativa a che cosa significhi per Wittgenstein e per Quine indagare la natura del linguaggio - a partire da ciò che sta alla base e si pone a fondamento di una teoria sul mondo - porta a concludere che i due elaborano concezioni sul senso comune che restano inconciliabili e presentano analogie solo apparenti.
In Quine l'analisi della nozione di "evidenza sensibile" - e la conseguente presa di posizione nei confronti del senso comune - non prescinde dall'assumere che ciò che sta a fondamento di una rete di enunciati teorici (e costituisce una teoria sistematica del mondo ) sia ancora un nucleo di proposizioni.
Queste danno origine a un linguaggio fondazionale osservativo che fa da tramite tra la teoria e l'evidenza sensibile. Le caratteristiche di condivisibilità e intersoggettività di tale linguaggio derivano dalla sua diretta correlazione a patterns sensoriali comuni. La natura originaria del linguaggio, dunque, per Quine si individua, già a questo livello di base, nell'enunciare, nel fare affermazioni cui sono attribuibili valori di verità, e ciò fa sì che l'idea del significato come uso, nella tesi proposta da Quine, sia da interpretare solo ed esclusivamente entro l'orizzonte linguistico. Seè dunque vero che per Quine la scienzaè un'estensione del senso comune, essaè da intendersi come un sistema i cui limiti, i cui confini esterni a contatto diretto con l'evidenza sensibile sono ancora caratterizzati da un nucleo di proposizioni. Il senso comune avrebbe dunque come estensione un particolare tipo di sapere - il sapere scientifico - e un particolare tipo di linguaggio, il linguaggio di una teoria scientifica.
Il fatto che per Quine i significati vengano appresi per imitazione e condizionamento all'interno di una comunità di parlanti ("il linguaggioè un'arte sociale che tutti noi acquisiamo unicamente sull'evidenza del comportamento manifesto di altre persone sotto circostanze pubblicamente riconoscibili" ), non sembra dunque sufficiente a suggerire similarità tra il punto di vista di Quine e quello di Wittgenstein circa la natura pubblica del linguaggio e l'idea del significato come uso. 
A livello fondazionale, infatti, mentre Quine propone un nucleo di enunciati osservativi suscettibili di un valore di verità, Wittgenstein fa appello ad un'immagine del mondo, ad uno sfondo di "acquisizioni" che costituiscono il presupposto per giudicare circa il vero e il falso anche a proposito dell'evidenza sensibile. Questo sfondo costituisce il limite ultimo di ogni impresa conoscitiva e al contempo il suo fondamento, ciò che in qualche modo la precede e la condiziona.
La stessa tesi wittgensteiniana del significato di una parola come suo uso entro un particolare gioco linguistico prefigura come fondamento di quel gioco un contesto non linguistico costituito da una rete di azioni e interazioni.
Per Wittgenstein, dunque, il senso comune, sia che tragga origine da un'immagine del mondo condivisa, sia che si configuri in seguito all'agire entro un contesto sociale, sembra presentarsi in ogni caso come presupposto fondativo di tipo non proposizionale a qualsiasi sistema di sapere. 

Riferimenti bibliografici

  • R. Gibson, "Quine, Wittgenstein and Holism", in L. Arrington e H.J. Glock (eds.) Wittgenstein & Quine, London, Routledge, 1996. 
  • W.O. Quine, "The Scope and Language of Science" in Ways of paradox and Other Essays, Harvard U.P. Cambridge, 1966. 
  • W.O. Quine, Word and Object, MIT Press, Cambridge, Mass., 1966 (trad.it. Il Saggiatore, Milano, 1970). 
  • A. Stroll, Moore and Wittgenstein on Certainty, Oxford U.P., 1994. 
  • L. Wittgenstein, On Certainty, Oxford, Blackwell, 1969 (trad. it. Einaudi, 1978). 

 
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