SIFA National Conference
Bologna, September 23-26, 1998
Science, Philosophy and Common Sense
Abstracts


Elisa Paganini (paganini@imiucca.csi.unimi.it)
Università di Milano
Tempo, scienza e senso comune



Fin dalle origini della riflessione analitica sul tempo si sono delineati due opposti schieramenti: da una parte ci sono i cosiddetti temporalisti, dall'altra gli atemporalisti. I temporalisti possono essere genericamente descritti come coloro che desiderano fornire una descrizione del passaggio del tempo in accordo con il senso comune, ovvero con la percezione che noi tutti abbiamo del tempo: essi intendono descrivere un tempo caratterizzato dal cambiamento, dal divenire. Gli atemporalisti ritengono invece che l'unica descrizione del tempo accettabile sia quella che si affida a parametri scientifici: si tratta di un tempo misurabile, quantificabile, e tuttavia statico.
La ragione di questa opposizione fra senso comune e scienza è da ritrovarsi nei paradossi che si generano tutte le volte che si cerca di definire il passaggio del tempo con parametri e definizioni che sono assunti dalla scienza. La soluzione ottimale sarebbe quella che concilia gli assunti della scienza con le considerazioni del senso comune, ma questo a tutt'oggi non si è verificato.
La maggior parte dei filosofi al giorno d'oggi crede che l'unica conclusione ragionevole che si possa trarre dagli studi e dalle teorie finora avanzate è che il tempo sia intrinsecamente statico e che la percezione del tempo che tutti noi abbiamo sia una semplice illusione del nostro apparato percettivo. Si tratta dei cosiddetti filosofi atemporalisti. Dal momento che l'unica descrizione del tempo che non incorre in paradossi e contraddizioni è quella che definisce il tempo in modo statico e quantificabile, occorre ricredersi sulla percezione che noi tutti abbiamo del passaggio del tempo, si tratta di una illusione e di un inganno dei sensi.
E' ormai riconosciuto che la posizione dei temporalisti è molto problematica, non esiste infatti a tutt'oggi una sola descrizione del passaggio del tempo che non incorra in paradossi. Essi sono pertanto in grosse difficoltà nel difendere la percezione che noi abbiamo del passaggio del tempo.
Propongo di presentare uno dei primi paradossi sul passaggio del tempo, quello proposto, con connotati praticamente identici, da J. J. C. Smart (1949, "The River of Time", Mind 64, pgg. 239-41) e D. C. Williams (1951, "The Mith of Passage", The Journal of Philosophy 48.15, pgg. 457-72).
La descrizione che essi forniscono del passaggio del tempo è molto intuitiva: essi paragonano il divenire del tempo ad un fiume che scorre, paragone che si può ritrovare tanto nelle poesie che nella prosa letteraria sul tempo. Se il tempo è assimilabile al fiume che scorre, l'osservatore può immaginarsi sulla banchina intento a guardare ciò che scorre sul fiume che, fuori di metafora, è ciò che accade nella vita. Oppure l'osservatore può immaginarsi imbarcato sul fiume che scorre e porre gli eventi della vita sulla banchina. In entrambi i modi si viene e creare un cambiamento che giustifica il divenire del tempo e la percezione che noi abbiamo del "passaggio del tempo". Il paradosso che emerge da questa descrizione del tempo è messa in luce dagli stessi Smart e Williams e deriva dalla domanda: "A che velocità scorre il fiume?" che fuori di metafora è : "A che velocità scorre il tempo?". Per poter rispondere a questa domanda occorre postulare un iper-tempo e già questa assunzione risulta problematica. I problemi diventano ancora più complessi quando si vuole definire questo iper-tempo, infatti ci si può chiedere: "Anch'esso scorre? Oppure è immobile?" In entrambi i casi occorre postulare un iper-iper-tempo e si genera così un regresso all'infinito.
Quello che intendo mostrare attraverso l'analisi di questa argomentazione sono alcune assunzioni problematiche che fanno parte non solo della descrizione del tempo dinamico (tempo in divenire), ma anche del tempo statico, del tempo dei cosiddetti atemporalisti, che sembrerebbe privo di problemi e paradossi.
(1) Il primo aspetto che intendo mettere in evidenza è che quando lo studioso intende descrivere il tempo cerca di porsi al di fuori dello stesso, ma anche questa prospettiva esterna è in qualche modo temporale. Infatti quando si definisce il tempo come un fiume che scorre, si pensa di poter vedere da una prospettiva aerea tanto il fiume che la banchina, si cerca in questo modo una prospettiva che ci faccia uscire dalla condizione dell'osservatore che si trova sulla banchina o che naviga sul fiume. Ma in questo modo non si risolve il problema ma lo si allontana: ci si può infatti chiedere se noi siamo in effetti su un qualche fiume o stiamo guardando un qualche fiume scorrere. E per rispondere a questa domanda ci vuole un osservatore che si ponga al di fuori della nostra prospettiva e da qui nasce il regresso all'infinito.
Questo stesso problema si può ritrovare nelle descrizioni atemporali del tempo, infatti l'atemporalista pensa di poter avere una visione d'insieme del tempo, di poter considerare in un certo senso il tempo nella sua interezza. Questa descrizione non crea alcun paradosso perché in questo contesto il tempo è dato nella sua totalità. Il tempo è così assimilato ad una pellicola cinematografica in cui tutte le immagini sono da sempre impresse. Questa descrizione se da una parte non crea paradossi, dall'altra sembra snaturare il tempo: in definitiva sembra di avere a disposizione una descrizione di un qualcosa che non si riesce a riconoscere come il tempo.
(2) Un secondo aspetto che il paradosso di Williams e Smart mette in evidenza è connesso all'impossibilità di definire l'uniformità di qualsiasi unità di misura temporale. Qualsiasi misuratore del tempo è intrinsecamente caratterizzato dal cambiamento, ma questo cambiamento è misurato solo in rapporto ad altri cambiamenti e ciò che risulta impossibile da definire è se un qualsiasi cambiamento è in senso assoluto identico o meno ad un altro successivo.
Anche questo problema non viene affrontato dagli atemporalisti che accettano solo un mondo immutabile. Ancora una volta la questione non viene risolta ma piuttosto accantonata.
(3) Infine intendo mettere in evidenza il problema connesso alla misurazione del tempo. Se il temporalista accetta di misurare il tempo attraverso un cambiamento ciclico, pur sapendo che non è definibile l'uniformità dello stesso, l'atemporalista deve abolire il cambiamento come strumento di misurazione, la misurazione temporale può essere assimilata, in quest'ultimo caso, a quella dell'estensione spaziale. Ancora una volta l'atemporalista sembra aggirare un problema per proporre una soluzione non adatta all'oggetto di studio. L'obiettivo della mia presentazione è pertanto innanzitutto presentare un problema: il regresso all'infinito generato dalla definizione del divenire del tempo fornita da Williams e Smart. In secondo luogo intendo mettere in evidenza che il paradosso evidenzia alcune caratteristiche problematiche del tempo e che i tentativi che sono stati finora condotti di aggirare il problema non rendono in effetti conto di alcune caratteristiche intrinseche al tempo.


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