Fuzionalismo

The following is the translation of Janet Levin’s entry on “Functionalism” in the Stanford Encyclopedia of Philosophy.  The translation follows the version of the entry in the SEP’s archives at Levin, Janet, “Functionalism”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Fall 2018 Edition), Edward N. Zalta (ed.), URL = <https://plato.stanford.edu/archives/fall2018/entries/functionalism/> This translated version may differ from the current version of the entry, which may have been updated since the time of this translation. The current version is located at https://plato.stanford.edu/entries/functionalism/. We’d like to thank the Editors of the Stanford Encyclopedia of Philosophy for granting permission to translate and to publish this entry on the web.


******* SEP translations *******

Il funzionalismo in filosofia della mente è la posizione secondo la quale quel che rende qualcosa uno stato mentale di un determinato tipo non dipende dalla sua costituzione interna, bensì dal modo in cui funziona, o dal ruolo che svolge nel sistema di cui è parte. Questa dottrina affonda le sue radici nella concezione dell’anima di Aristotele e trova antecedenti nella concezione hobbesiana della mente come “macchina calcolatrice”, ma è venuta ad articolarsi pienamente (e ad essere ampiamente sostenuta) solamente negli ultimi trent’anni del XX secolo. Sebbene il termine “funzionalismo” sia utilizzato per designare una varietà di posizioni in diverse discipline, tra cui psicologia, sociologia, economia e architettura, questa voce si concentrerà esclusivamente sul funzionalismo in quanto tesi filosofica circa la natura degli stati mentali.

Le sezioni seguenti tracceranno gli antecedenti intellettuali del funzionalismo contemporaneo, delineeranno i diversi tipi di teorie funzionaliste e tratteranno le obiezioni più strutturate ad esse.

• 1. Che cos’è il funzionalismo?
• 2. I precursori del funzionalismo

• 3. Tipi di funzionalismo

4. Elaborare teorie funzionaliste plausibili

5. Obiezioni al funzionalismo

• 6. Il futuro del funzionalismo

Bibliografia
Strumenti accademici
Altre risorse in Internet
Voci correlate.

1. Che cos’è il funzionalismo?

Il funzionalismo è la teoria secondo la quale ciò che rende qualcosa un pensiero, un desiderio, un dolore (o qualsiasi altro tipo di stato mentale) non dipende dalla sua costituzione interna, ma unicamente dalla sua funzione, o dal ruolo che svolge nel sistema cognitivo di cui è parte. Più precisamente, le teorie funzionaliste ritengono che l’identità di uno stato mentale sia determinata dalle sue relazioni causali con determinati stimoli sensoriali, altri stati mentali, e il comportamento.

Per fare un esempio (seppur semplicistico) una teoria funzionalista potrebbe caratterizzare il dolore come uno stato che tende ad essere causato da lesioni fisiche, a produrre la credenza che qualcosa nel corpo non funzioni, a produrre il desiderio di non essere più in quello stato, a produrre ansia e, in assenza di desideri più forti e contrastanti, a provocare sussulti o grida. Secondo questa teoria, dunque, tutte le creature (e solamente quelle) aventi stati interni che soddisfano queste condizioni, o che svolgono questi ruoli, sono in grado di provare dolore.

Supponiamo che, negli esseri umani, esista un qualche tipo specifico di attività neurale (ad esempio, la stimolazione delle fibre C) che soddisfi queste condizioni. Se così fosse, secondo la teoria funzionalista, gli esseri umani possono provare dolore semplicemente subendo la stimolazione delle fibre C. Ma la teoria consente anche a creature con costituzioni fisiche molto diverse di possedere stati mentali: se esistono stati basati sul silicio di ipotetici marziani o stati inorganici di ipotetici androidi che soddisfano anche queste condizioni, allora anche queste creature possono provare dolore. Come spesso sostenuto tra i funzionalisti, il dolore può essere realizzato da diversi tipi di stati fisici in diversi tipi di creature, oppure può essere molteplicemente realizzato (vedi la voce sulla realizzabilità). Infatti, poiché le descrizioni si riferiscono esplicitamente solo alle relazioni causali di uno stato con stimoli, comportamento e l’uno con l’altro, queste sono state definite come “topico-neutrali” (Smart 1959), vale a dire che esse non impongono restrizioni logiche sulla natura degli elementi che soddisfano le descrizioni – allora è anche logicamente possibile che stati non fisici svolgano i ruoli rilevanti, e dunque che realizzino stati mentali, in alcuni sistemi. Quindi il funzionalismo è compatibile con il tipo di dualismo che porta gli stati mentali a causare, e ad essere causati da, stati fisici.

Eppure, sebbene il funzionalismo sia ufficialmente neutrale rispetto a materialismo e dualismo, esso si è rivelato particolarmente attraente per i materialisti, dal momento che molti di loro credono (o sostengono; vedi Lewis, 1966) che è estremamente probabile che qualsiasi stato in grado di svolgere i ruoli in questione sia causato da stati fisici. Se così fosse, allora il funzionalismo può rappresentare un’alternativa materialista alle tesi dell’identità psicofisica (introdotta da Place 1956, Feigl 1958 e Smart 1959, e più recentemente Hill 1991 e Polger 2011), che sostiene che ogni tipo di stato mentale è identico a un particolare tipo di stato neurale. Questa tesi sembra implicare che nessuna creatura con un cervello diverso dal nostro possa condividere le nostre sensazioni, credenze e desideri, per quanto il suo comportamento e la sua organizzazione interna possano essere simili ai nostri , e quindi il funzionalismo, con la sua tesi secondo cui gli stati mentali sono molteplicemente realizzabili, è stata vista come una teoria della mente più inclusiva, meno “specie sciovinista” (Block 1980b) e al contempo compatibile col materialismo. (Più recentemente, tuttavia, alcuni filosofi hanno sostenuto che la teoria dell’identità potrebbe essere più inclusiva di quanto ipotizzino i funzionalisti; si veda la sezione 6 per ulteriori discussioni).

All’interno di quest’ampia caratterizzazione del funzionalismo, tuttavia, è possibile fare una serie di distinzioni. Una di particolare importanza è la distinzione tra teorie secondo cui le caratterizzazioni funzionali degli stati mentali pretendono di fornire analisi del significato della terminologia legata ai nostri stati mentali (o altrimenti si limitano a informazioni a priori) e teorie che consentono caratterizzazioni funzionali degli stati mentali facendo ricorso ai dati derivanti dalle scienze sperimentali (o da quelle speculative). (Si vedano Shoemaker 1984c e Rey 1997, per ulteriori discussioni e distinzioni più dettagliate.) Ci sono anche altre importanti differenze tra le teorie funzionaliste. Queste differenze (a volte ortogonali) e le relative motivazioni, possono essere meglio apprezzate esaminando le origini del funzionalismo, tracciandone l’evoluzione in risposta sia alle esplicite critiche alle sue tesi, sia al cambiamento dei punti di vista circa la natura della spiegazione psicologica.

2. I precursori del funzionalismo

Sebbene il funzionalismo abbia raggiunto la sua massima importanza come teoria degli stati mentali negli ultimi trent’anni del XX secolo, esso presenta antecedenti sia nella filosofia moderna sia nella filosofia antica, così come nelle prime teorie della computazione e dell’intelligenza artificiale.

2.1 Primi precursori

La teoria più antica che può essere considerata come antenata del funzionalismo è la teoria dell’anima di Aristotele (350 a.C.). A differenza di quanto affermato da Platone, secondo cui l’anima può esistere separatamente dal corpo, Aristotele sosteneva (De Anima, libro II, Capitolo 1) che l’anima (umana) è la forma di un corpo umano naturale e organizzato – l’insieme delle potenze o capacità che gli consentono di esprimere la sua essenza fondamentale, che, per Aristotele, è questione di soddisfare la funzione o il fine che la definisce come il genere di “cosa” che è. Proprio come la forma di un’ascia è ciò che le consente di tagliare e la forma di un occhio è ciò che gli consente di vedere, l’anima (umana) deve essere identificata con qualsiasi potenza e capacità che consenta a un corpo umano naturale e organizzato di soddisfare la sua funzione propria, che, secondo Aristotele, è quella di sopravvivere e prosperare come essere vivente, agente, che percepisce e ragiona. Perciò, sostiene Aristotele, l’anima è inseparabile dal corpo e comprende tutte le capacità necessarie a un corpo per vivere, percepire, ragionare e agire. (Vedi Shields, 1990, e Nelson, 1990, per un ulteriore dibattito sul fatto che la visione di Aristotele possa essere considerata come una versione di funzionalismo).

Una seconda, relativamente recente, precorritrice del funzionalismo contemporaneo è la visione di Hobbes (1651) del ragionamento come una sorta di calcolo che procede secondo principi meccanicistici paragonabili alle regole dell’aritmetica. Il ragionamento, sostiene, “non è altro che il calcolo (cioè l’addizione e la sottrazione) delle conseguenze dei nomi generali che sono stabiliti di comune accordo per denotare e significare i nostri pensieri “. (Leviatano, cap. 5). Inoltre, Hobbes sostiene che il ragionamento – insieme all’immaginazione, alla percezione e alla deliberazione dell’azione, tutti processi che si svolgono secondo principi meccanicistici – possa essere eseguito da sistemi fisici di più tipi. Come afferma nella sua Introduzione al Leviatano, dove paragona una comunità a un individuo umano: “perché non potremmo affermare che tutti gli automi (macchine semoventi per mezzo di molle e ruote…) possiedono una vita artificiale? Che cos’è infatti il cuore se non una molla e che cosa sono i nervi se non altrettante corde, e le articolazioni se non altrettante ruote…”. Fu solo alla metà del XX secolo, tuttavia, che si cominciò a ritenere diffusamente che il pensiero potesse essere nient’altro che una computazione governata da regole, computazione che può essere eseguita da creature dotate di caratteristiche fisiche differenti.

2.2 Macchine pensanti e il test di Turing

Nel suo storico articolo (Turing 1950), A.M. Turing propose di sostituire la domanda: “Le macchine possono pensare?” con la seguente: “È teoricamente possibile, per un computer digitale a stati finiti, dotato di un’ampia ma limitata tabella di istruzioni (o un programma), fornire risposte a delle domande postegli da un interrogatore interrogante inconsapevole, in modo da trarlo in inganno e indurlo a pensare che esso sia un essere umano?” Al giorno d’oggi, in ossequio al suo autore, questa domanda è più spesso formulata come “È teoricamente possibile che un computer digitale a stati finiti (opportunamente programmato) superi il test di Turing?” (Vedi la voce Test di Turing.)

Nel sostenere che questa domanda sostituisca perfettamente quella originale (e supponendo che la risposta ad essa sia “sì”), Turing identifica i pensieri con gli stati di un sistema definiti esclusivamente in base al proprio ruolo nel produrre ulteriori stati interni e output verbali, una visione che ha molto in comune con le teorie funzionaliste contemporanee. Infatti, il lavoro di Turing è stato esplicitamente chiamato in causa da molti teorici durante le fasi iniziali del funzionalismo del XX secolo, ed è stato dichiaratamente di ispirazione per una classe di teorie, quelle dello “stato della macchina”, più strettamente associate a Hilary Putnam (1960, 1967), il quale rivestì un ruolo fondamentale nello sviluppo iniziale della visioni a cui esse fanno riferimento.

2.3 Comportamentismo

Tra le teorie più recenti che hanno anticipato il funzionalismo, rientrano anche le teorie comportamentiste sviluppatesi nella prima metà del XX secolo. Queste includono sia le teorie della psicologia empirica associate principalmente a Watson e Skinner, sia il comportamentismo “logico” o “analitico” di filosofi come Malcolm (1968) e Ryle (1949) (e, presumibilmente, Wittgenstein 1953). Sebbene il funzionalismo sia significativamente diverso dal comportamentismo, in quanto quest’ultimo tenta di spiegare il comportamento senza alcun tipo di riferimento a stati e processi mentali, lo sviluppo di due importanti forme di funzionalismo, lo “psico-funzionalismo” e il funzionalismo “analitico”, può essere visto come un tentativo di correggere le difficoltà, rispettivamente, del comportamentismo empirico e logico, pur mantenendo alcune importanti intuizioni di quelle teorie.

Come teoria della psicologia empirica, il comportamentismo sostiene che il comportamento degli esseri umani (e di altri animali) possa essere spiegato facendo appello esclusivamente alle disposizioni comportamentali, cioè alle tendenze proprie degli organismi a comportarsi in certi modi, in risposta a determinati stimoli ambientali. Le disposizioni comportamentali, a differenza di pensieri, sentimenti e altri stati interni che possono essere osservati direttamente solamente tramite l’introspezione, sono osservabili oggettivamente e fanno parte indiscutibilmente del mondo naturale. Per questo furono ritenute entità adatte a figurare centralmente all’interno dell’emergente scienza della psicologia. Inoltre, le teorie comportamentiste promettevano di evitare un potenziale regresso che sembrava minacciare quelle spiegazioni psicologiche che postulavano rappresentazioni interne, vale a dire che, nello specificare come queste rappresentazioni producano i comportamenti in questione, si deve fare appello a un agente razionale interno che interpreta tali rappresentazioni (un “omuncolo”), del quale si dovrebbero poi spiegare in maniera analoga le capacità stesse.

La promessa del comportamentismo risiedeva nella sua convinzione che potesse esistere una scienza del comportamento umano oggettiva ed esplicativa al pari delle altre scienze di “livello superiore”, come la chimica e la biologia. Il comportamentismo in effetti riscosse alcuni primi successi, specialmente nel campo dell’apprendimento animale, e i suoi principi sono ancora usati, perlomeno a fini euristici, in varie aree della psicologia. Ma, come molti psicologi (e non solo, si veda ad esempio Chomsky 1959) hanno sostenuto, i successi del comportamentismo sembrano dipendere dal controllo implicito esercitato dagli sperimentatori su alcune variabili che, una volta esplicitate, implicano un riferimento ineliminabile ad altri stati mentali degli organismi. Ad esempio, i ratti sono tipicamente posti in una situazione sperimentale ad una certa frazione del loro normale peso corporeo – e quindi si può presumere che sentano la fame e che vogliano che le ricompense alimentari dipendano dal loro comportarsi in determinati modi, e, alla stessa maniera, si può pensare che gli esseri umani, in analoghe situazioni sperimentali, vogliano collaborare con gli sperimentatori, e comprendere e saper seguire le istruzioni. Ai critici del comportamentismo pareva dunque che le teorie che fanno esplicito appello alle credenze, ai desideri e ad altri stati mentali di un organismo, nonché a stimoli e comportamenti, fornissero un resoconto più completo e accurato del perché gli organismi si comportano in una determinata maniera. Grazie a tali teorie, inoltre, ciò si potrebbe ottenere senza compromettere l’oggettività della psicologia fintanto che gli stati mentali a cui queste teorie fanno appello vengono introdotti come stati che insieme svolgono un ruolo nel produrre il comportamento, piuttosto che come stati identificabili esclusivamente tramite l’introspezione. Si è così iniziato a lavorare su una serie di teorie psicologiche “cognitive” che rispecchiassero questi presupposti, e un importante filone del funzionalismo contemporaneo, lo “psico-funzionalismo” (Fodor 1968, Block e Fodor 1972), può essere visto come un’adesione filosofica a queste nuove teorie cognitive della mente.

Il comportamentismo logico, in contrasto con il comportamentismo inteso come teoria psicologica, è una tesi sui significati dei nostri termini o concetti di stato mentale. Secondo il comportamentismo logico, tutte le affermazioni sugli stati e sui processi mentali hanno un significato equivalente alle affermazioni sulle disposizioni comportamentali. Quindi, per fare un esempio (seppur nuovamente semplicistico), “Henry ha mal di denti” sarebbe equivalente nel significato a un’affermazione del tipo “Henry è disposto (a parità di condizioni) a gridare o gemere e a sfregarsi la mascella”. In maniera analoga, “Amelia ha sete” equivarrebbe a un’affermazione del tipo “Se ad Amelia viene offerta dell’acqua, sarà disposta (a parità di condizioni) a berla”. Queste traduzioni, come tutte le affermazioni comportamentiste, evitano il riferimento a qualsiasi stato interno dell’organismo, e quindi non rischiano di dover denotare o ammettere l’esistenza di, proprietà o processi (direttamente) osservabili solo attraverso l’introspezione. Inoltre, i comportamentisti logici sostenevano che, nel caso in cui le affermazioni sugli stati mentali si dimostrassero equivalenti, nel loro significato, ad affermazioni su disposizioni comportamentali, potrebbero porsi le basi per un resoconto non problematico di come i termini legati agli stati mentali possano essere applicati sia a sé stessi, sia agli altri, e di come questi possano essere insegnati e appresi.

Tuttavia, come molti filosofi hanno sottolineato (Chisholm 1957; Geach 1957), il comportamentismo logico non fornisce una spiegazione plausibile del significato dei nostri termini per gli stati mentali, poiché, intuitivamente, un soggetto può avere gli stati mentali in questione senza le disposizioni comportamentali pertinenti – e viceversa. Ad esempio, Gene potrebbe credere che pioverà pur non essendo disposto a indossare un impermeabile e a prendere un ombrello al momento di uscire di casa (o a eseguire qualsiasi altro comportamento per evitare la pioggia, nel caso in cui non gli importi, o addirittura gli piaccia bagnarsi). E soggetti spinti da una motivazione particolare possono sopprimere le loro tendenze a manifestare un comportamento legato al dolore anche in presenza di un dolore lancinante, mentre attori esperti possono perfezionare la propria disposizione nomologica a produrre, in determinate condizioni, comportamenti legati al dolore, anche laddove in realtà non ne provano (Putnam 1965). Il problema, sostenevano questi filosofi, è che nessuno stato mentale di per sé può plausibilmente dare origine ad un comportamento particolare, a meno che non si presupponga che il soggetto possieda anche ulteriori stati mentali di vario tipo. E così, sembrava che non fosse in realtà possibile fornire traduzioni che preservassero il significato di affermazioni che fanno riferimento a dolori, credenze e desideri in termini puramente comportamentisti. Tuttavia, l’idea che i nostri concetti per gli stati mentali derivanti dal senso comune rivelino un legame essenziale tra gli stati mentali e le loro tipiche espressioni comportamentali, si è conservata e viene portata avanti dalle teorie funzionaliste “analitiche” contemporanee.

3. Tipi di funzionalismo

Tenendo conto di questa cronologia, è utile pensare alle teorie funzionaliste come appartenenti a uno dei tre ceppi principali – “funzionalismo della macchina”, “psico-funzionalismo” e “funzionalismo analitico” – originati, rispettivamente, dalle prime teorie dell’intelligenza artificiale, dal comportamentismo psicologico e dal comportamentismo logico. È importante riconoscere, però, che in alcuni dei loro aspetti costitutivi questi diversi tipi di funzionalismo vengono a sovrapporsi, e al contempo, che sono presenti teorie funzionaliste che si situano a metà rispetto ad essi. Per esempio, l’interpretazione di Wilfrid Sellars (1956), che vede gli stati mentali come “entità teoriche”, è in larga parte considerata come un’importante versione iniziale del funzionalismo, sebbene essa preveda che la corretta caratterizzazione dei pensieri e delle esperienze dipende in parte dal loro ruolo nel fornire una spiegazione scientifica del comportamento e in parte da ciò che Sellars definisce come la “logica”, o interrelazioni a priori, dei concetti rilevanti. Tuttavia, risulta utile e istruttivo trattare separatamente i tre ceppi principali della teoria, purché siano tenute a mente queste precisazioni.

3.1 Funzionalismo dello stato della macchina

Le prime teorie funzionaliste di Putnam (1960, 1967) possono essere viste come una serie di risposte alle difficoltà nell’affrontare il funzionalismo in quanto teoria scientifica della psicologia, e al contempo come un sostegno alle (nuove) teorie computazionali della mente che stavano via via divenendo sempre più significative rispetto al comportamentismo (si veda però Putnam 1988, per i successivi dubbi riguardo al funzionalismo della macchina, Chalmers 1996b, per una risposta, e Shagrir 2005, per un resoconto completo dell’evoluzione delle opinioni di Putnam in merito).

Secondo il funzionalismo dello stato della macchina di Putnam, qualsiasi creatura con una mente può essere considerata come una macchina di Turing (un computer digitale a stato finito idealizzato), il cui funzionamento può essere interamente specificato da un insieme di istruzioni (un “tabella della macchina” o un programma), ognuna con la forma:

Se la macchina è nello stato Si e riceve l’input Ij, passerà allo stato Sk e produrrà l’output Ol dato un numero finito di stati, input e output).

Una tabella della macchina di questo tipo descrive il funzionamento di un automa deterministico, ma la maggior parte dei funzionalisti dello stato della macchina (ad esempio Putnam 1967) ritengono che un modello che caratterizzi correttamente la mente sia analogo a quello di un automa probabilistico, dove il programma specifica, per ogni stato e insieme di input, la probabilità con cui la macchina passerà in uno degli stati successivi e produrrà un particolare output.

In entrambi i modelli, tuttavia, gli stati mentali di una creatura vanno identificati con gli “stati della tabella della macchina” (S1,…,Sn). Questi stati non sono mere disposizioni comportamentali, in quanto sono specificati non solo in termini di relazioni con input e output, ma anche in relazione allo stato della macchina al tempo considerato. Ad esempio, se si considera credere che pioverà come stato della macchina, questo non sarà tanto visto come una disposizione a prendere il proprio ombrello dopo aver letto il bollettino meteo, quanto piuttosto come una disposizione a prendere il proprio ombrello nel caso in cui si legga il bollettino meteo e ci si trovi nello stato di non volersi bagnare. In tal modo, il funzionalismo dello stato della macchina riesce ad evitare quella che molti hanno ritenuto essere una difficoltà insormontabile per il comportamentismo. Inoltre, macchine di questo tipo forniscono perlomeno un modello semplice di come gli stati interni, i cui effetti sull’output si verificano per mezzo di processi meccanici, possano essere visti come rappresentazioni (anche se la questione di che cosa rappresentino esattamente è un punto su cui il dibattito è ancora in corso (vedi le sezioni 4.4–5). Infine, gli stati della tabella della macchina non sono legati ad alcuna particolare realizzazione fisica (o di altro tipo); dopo tutto, lo stesso programma può funzionare su diversi tipi di computer hardware.

È facile constatare, pertanto, il motivo per cui le macchine di Turing abbiano fornito un modello proficuo per le prime teorie funzionaliste. Tuttavia, poiché gli stati della tabella della macchina sono gli stati totali di un sistema, l’iniziale equazione funzionalista che identificava gli stati mentali con gli stati della tabella della macchina è venuta a perdere di rilevanza come modello per la caratterizzazione funzionale del complesso di stati interni distinti, che possono essere realizzati contemporaneamente in un soggetto umano (o di altre specie) (Block e Fodor 1972; Putnam 1973). Ciononostante, la convinzione che gli stati interni possano essere completamente descritti in termini di relazioni con gli input, gli output etra di loro, e l’idea che possano figurare in descrizioni e predizioni, simili a leggi, dell’output di un sistema costituisce un’idea importante e feconda che viene mantenuta dalle teorie funzionaliste contemporanee. E molti funzionalisti (ad esempio Rey 1997) sostengono che gli stati mentali sono da vedersi più correttamente come stati computazionali (ma si veda Piccinini 2004 per una posizione contraria e la voce La teoria computazionale della mente per una discussione completa in merito).

3.2 Psico-funzionalismo

Un secondo tipo di funzionalismo, lo psico-funzionalismo, origina soprattutto dalla riflessione sugli obiettivi e sulla metodologia delle teorie della “psicologia cognitiva”. In contrasto con l’insistenza dei comportamentisti nel sostenere che le leggi della psicologia si rivolgano solamente alle disposizioni comportamentali, gli psicologi cognitivi ritengono che le migliori teorie empiriche del comportamento debbano guardare a quest’ultimo come al risultato di un complesso di stati e processi mentali, introdotti e individuati in termini di ruoli che svolgono nella produzione del comportamento da spiegare. Per esempio (Fodor, nel suo 1968, capitolo 3), uno potrebbe porre le basi per una teoria della memoria partendo dal postulare la possibilità del decadimento della “traccia di memoria”, un processo che, a prescindere che si verifichi o meno, è responsabile di effetti come la perdita di memoria e la ritenzione, e che è influenzato dallo stress o dalle emozioni in certe modalità distintive.

In una teoria di questo tipo, ciò che rende un qualche processo neuronale un’istanza di decadimento della traccia di memoria è da riscontrarsi nel modo in cui esso funziona, o nel ruolo che svolge, all’interno di un sistema cognitivo; le sue proprietà neurali o chimiche sono rilevanti solamente nella misura in cui consentono a tale processo di fare ciò che si ipotizzi possa fare il decadimento della traccia. Allo stesso modo, quanto detto è applicabile a tutti gli stati mentali e i processi chiamati in causa dalle teorie della psicologia cognitiva. La psicologia cognitiva, vale a dire, è ritenuta dai suoi sostenitori come una scienza di “livello superiore” esattamente come la biologia, e pertanto essa è considerata autonoma rispetto alle scienze di livello inferiore come la neurofisiologia: così come, in biologia, entità fisicamente più disparate tra loro possono essere tutte cuori, purché funzionino per far circolare il sangue in un organismo vivente, e entità diverse tra loro possono essere tutte occhi finché consentono a un organismo di vedere, analogamente differenti strutture fisiche o processi possono essere istanze di decadimento della traccia di memoria – o fenomeni più familiari come pensieri, sensazioni e desideri nel momento in cui rivestono i ruoli descritti dalla teoria cognitiva pertinente.

Lo psico-funzionalismo, dunque, può essere visto come l’adozione diretta della metodologia della psicologia cognitiva, per quanto concerne la caratterizzazione degli stati mentali e dei processi come entità definite dal loro ruolo all’interno di una teoria psicologica cognitiva. Tuttavia, si potrebbe affermare che tutte le versioni di funzionalismo condividano tra loro il fatto di caratterizzare gli stati mentali in termini dei loro ruoli, in una qualche teoria psicologica o nell’altra. (Un resoconto più formale di questo punto sarà fornito nella sezione 4.1 di seguito.) Ciò che però distingue lo psico-funzionalismo è la convinzione che gli stati e i processi mentali siano solamente quelle entità, aventi esclusivamente quelle proprietà, postulate dalla migliore spiegazione scientifica disponibile del comportamento umano. Ciò significa, in primo luogo, che l’aspetto formale della teoria può divergere dalle specifiche della “tabella della macchina” del funzionalismo dello stato della macchina. Significa, inoltre, che le informazioni utilizzate nella caratterizzazione funzionale degli stati mentali e dei processi non devono essere limitate a ciò che è considerato conoscenza o senso comune, ma possono includere dati ottenibili solamente tramite un’attenta osservazione e sperimentazione in laboratorio. Ad esempio, una teoria psico-funzionale potrebbe essere in grado di distinguere fenomeni come la depressione dalla tristezza o dalla spossatezza, sebbene le cause e gli effetti distintivi di queste sindromi siano difficili da individuare facendo esclusivamente appello alle intuizioni o al senso comune. Inoltre, le teorie psico-funzionaliste non includeranno caratterizzazioni di stati mentali per i quali non esistano prove scientifiche, come il rimorso o l’isteria dell’acquirente, anche qualora l’esistenza e l’efficacia di tali stati fossero postulati dal senso comune.

Tutto ciò potrebbe apparire come un vantaggio assoluto, dal momento che le teorie psico-funzionali possono avvalersi di tutti gli strumenti d’indagine a disposizione della psicologia scientifica, e presumibilmente includeranno tutte il sostenere che sia opportuno prendere in considerazione, come aventi gli stessi stati mentali, solamente coloro che sono psicologicamente simili. Ma c’è esiste una preoccupazione più seria legata a questa tesi: se le leggi delle migliori teorie della psicologia empirica divergono anche dai contorni più ampi della nostra “psicologia popolare” – ovvero le nostre credenze derivanti dal senso comune riguardo ai ruoli causali dei nostri pensieri, sensazioni e percezioni – sarà difficile considerare le teorie psico-funzionali come adatte a fornire un resoconto dei nostri stati mentali, senza piuttosto avere l’impressione che si limitino a cambiare l’oggetto d’analisi (Loar 1981, Stich 1983, Greenwood 1991). Molti teorici, tuttavia (Horgan e Woodward 1985), sostengono che è probabile che le future teorie psicologiche saranno riconoscibilmente vicine alla “psicologia popolare”, anche se tale questione è stata oggetto di dibattito (Churchland 1981).

Tuttavia, esiste un ’altro importante ceppo di funzionalismo, quello “analitico”, all’interno di cui si ritiene che ci sia un motivo per limitare la definizione della teoria non solo a generalizzazioni sufficientemente vicine a quelle che “la gente comune” pensa sussistere tra stati mentali, stimoli ambientali e comportamenti, ma piuttosto a informazioni a priori su queste relazioni. (Si veda Smart 1959, Armstrong 1968, Shoemaker 1984 a b e c, Lewis 1972, e Braddon-Mitchell e Jackson 1996/2007.) Questo perché, per i funzionalisti analitici, ci sono obiettivi altrettanto importanti che richiedono caratterizzazioni strettamente a priori degli stati mentali.

3.3 Funzionalismo analitico

Come il comportamentismo logico, da cui si è sviluppato, l’obiettivo del funzionalismo analitico è fornire traduzioni o analisi “topico-neutrali” dei nostri termini o concetti ordinari di stato mentale. Il funzionalismo analitico, ovviamente, ha a sua disposizione risorse più ricche per tali traduzioni rispetto al comportamentismo logico, poiché ammette il riferimento alle relazioni causali che ha uno stato mentale ha con stimoli, comportamenti o e altri stati mentali. Così l’affermazione “Bianca vuole del caffè” non deve essere resa, come richiede il comportamentismo logico, in termini del tipo “Bianca è disposta a ordinare del caffè quando se ne presenta l’occasione”, ma piuttosto come “Bianca è disposta a ordinare del caffè quando se ne presenta l’occasione, a meno che non nutra un desiderio più forte di evitare il caffè”. Tuttavia, ciò richiede che qualsiasi “teoria” funzionale accettabile per i funzionalisti analitici includa solo generalizzazioni su stati mentali, le loro cause ambientali, e i loro effetti congiunti sul comportamento che sono così diffusamente conosciuti e “banali” da poter essere considerati come analisi dei nostri concetti ordinari degli stati mentali in questione.

Una buona maniera per comprendere perché i funzionalisti analitici insistano sul fatto che le caratterizzazioni funzionali forniscano analisi di significato è quello di rivisitare un dibattito che si è verificato durante il primo periodo della teoria dell’identità psico-fisica, la tesi per cui ogni tipo di stato mentale può essere identificato con un qualche tipo di stato cerebrale o attività neurale. Ad esempio, i primi teorici dell’identità (ad esempio Smart 1959) sostenevano che avesse perfettamente senso (e potesse addirittura risultare corretto) identificare il dolore con la stimolazione delle fibre C. Come hanno poi riconosciuto, termini come “dolore” e “stimolazione delle fibre C”, non hanno lo stesso significato, ma, ciononostante, possono denotare lo stesso stato; il fatto che un’affermazione di identità non sia a priori, secondo loro, non significava che non fosse vera. E solo perché non ho bisogno di consultare una sorta di scanner cerebrale quando riporto che sto provando dolore, non significa che il dolore che riporto non sia uno stato neurale che uno scanner cerebrale potrebbe (in linea di principio) rilevare.

Un’obiezione importante e longeva a questo argomento, tuttavia, fu presto sollevata da Max Black (riportato in Smart 1959). Black o sosteneva, sulla scia di Frege (1892), che l’unico modo in cui termini con significati diversi possono denotare lo stesso stato sia esprimendo proprietà diverse, o ” modi di presentazione”, di quello stato. Tuttavia, secondo lui, ciò implica che, se termini come “dolore”, “pensiero” e “desiderio” non possiedono un significato equivalente a nessuna descrizione fisicalista, questi, possono denotare stati fisici solamente esprimendone le proprietà mentali irriducibili. Quindi, anche se “dolore” e “stimolazione delle fibre C” individuano un unico tipo di stato neurale, questo stato deve avere due tipi di proprietà, fisica e mentale, per mezzo delle quali è possibile effettuarne l’identificazione. Questo argomento è divenuto noto come “argomento della proprietà distinta”, e viene utilizzato dai suoi sostenitori per indebolire l’idea di una teoria completamente materialistica della mente. (Vedi White 1986 e 2007, per versioni più recenti di questo argomento, e Block 2007, per una risposta.)

Il fascino delle caratterizzazioni funzionali che conservano il significato (dei termini legati agli stati mentali), dunque, è dato dal fatto che, nel fornire equivalenti topico-neutrali dei nostri termini e concetti di stato mentale, esse vanno a smorzare la forza antimaterialistica dell’argomento della proprietà distinta. È vero che, i funzionalisti analitici possono ammettere che termini come “dolore”, “pensiero” e “desiderio” non siano equivalenti a nessuna descrizione espressa nel linguaggio della fisica, della chimica o della neurofisiologia. Tuttavia, se esistono descrizioni funzionali che preservano il significato di questi termini, allora gli stati mentali di una creatura possono essere identificati semplicemente determinando quali degli stati e dei processi interni di quella creatura svolgano i ruoli funzionali rilevanti (vedi Lewis 1966). E poiché la capacità di svolgere questi ruoli è semplicemente questione di avere determinate relazioni causali con stimoli, comportamento e l’uno con l’altro, il possesso di queste proprietà è compatibile con una teoria materialistica della mente.

Una questione fondamentale, ovviamente, è se una teoria che si limita a fornire informazioni a priori sulle relazioni causali tra stimoli, stati mentali e comportamento sia in grado di operare le giuste distinzioni tra stati mentali. Questa problematica sarà approfondita nella Sezione 4.

3.4 Funzionalismo del ruolo e funzionalismo del realizzatore

Esiste un’altra distinzione tra i tipi di teoria funzionale – che interseca le distinzioni descritte finora – che è importante da sottolineare. Questa è la distinzione tra ciò che è divenuto col tempo noto come funzionalismo “del ruolo” e funzionalismo “del realizzatore” (o “del primo ordine”) (McLaughlin 2006). Per vedere la differenza tra questi tipi di teorie, si consideri nuovamente l’esempio (seppur semplicistico) di una teoria funzionale del dolore introdotto nella prima sezione.

Dolore è lo stato che tende ad essere causato da lesioni fisiche, a produrre la credenza che nel corpo non vada e il desiderio di uscire da quello stato, a produrre ansia e, in assenza di desideri più forti e contrastanti, a provocare sussulti o gemiti.

Come evidenziato in precedenza, se negli esseri umani questo ruolo funzionale è svolto dalla stimolazione delle fibre C, ne segue, secondo questa teoria funzionalista, che gli esseri umani possono provare dolore semplicemente subendo la stimolazione delle fibre C. Ma c’è un’ulteriore domanda a cui rispondere, vale a dire: qual è la proprietà del dolore stesso? È la proprietà relazionale di livello superiore di trovarsi in uno stato o in un altro che il “ruolo del dolore” svolge nella teoria, o è la stimolazione delle fibre C a svolgere effettivamente questo ruolo?

I funzionalisti del ruolo identificano il dolore con quella proprietà relazionale di livello superiore. I funzionalisti del realizzatore, tuttavia, sostengono che una teoria funzionale fornisca semplicemente descrizioni definite di qualsiasi proprietà di livello inferiore che soddisfa le caratterizzazioni funzionali. In base a queste teorie (chiamate anche teorie della “specificazione funzionale”), se la proprietà che occupa il ruolo causale del dolore negli esseri umani è la stimolazione delle fibre C, allora il dolore (o almeno il dolore nell’essere umano) consisterebbe nella stimolazione delle fibre C, piuttosto che nella proprietà di livello superiore di possedere uno stato di livello inferiore che svolge il ruolo rilevante. (Ciò non deve suggerire che ci sia una differenza di tipo tra le proprietà di “ruolo” di livello superiore e le “realizzazioni” di livello inferiore dei medesimi ruoli, poiché può darsi che, rispetto alle descrizioni di livello inferiore, quelle realizzazioni possano esse stesse essere caratterizzate come stati funzionali (Lycan 1987).

Alcune delle prime versioni di funzionalismo analitico (Lewis 1966, Armstrong 1968 – ma si veda Lewis 1980 , per una rettifica) furono avanzate come teorie di specificazione funzionale, ovvero come “traduzioni” ad argomento topico-neutrale di termini legati agli stati mentali che potessero gettare le basi per una teoria dell’identità psico-fisica, disinnescando così l’argomento della proprietà distinta (vedere la sezione 3.3). Tuttavia, se esistessero delle differenze negli stati fisici che soddisfano le definizioni funzionali in creature (reali o ipotetiche) diverse, tali teorie – come la maggior parte delle versioni della teoria dell’identità – violerebbero una motivazione fondamentale per adottare il funzionalismo, cioè il fatto che creature con stati mentali che svolgono lo stesso ruolo nella produzione di altri stati mentali e il comportamento possiedono, letteralmente, gli stessi stati mentali.

È possibile che esistano alcune importanti e più generali somiglianze fisiche tra gli stati neurali di creature apparentemente diverse che soddisfino una determinata caratterizzazione funzionale (vedi Bechtel e Mundale 1999, Churchland 2005, e Polger e Shapiro 2012, ma si veda Aizawa e Gillett, 2009 per un’opinione contraria; la questione sarà discussa ulteriormente nella sezione 6). Tuttavia, anche se fosse così, è improbabile che queste somiglianze valgano per tutte le creature, inclusi i marziani e altri esseri ipotetici, che potrebbero condividere la nostra organizzazione funzionale, e in tal caso la nostra teoria degli stati mentali rimarrebbe, nei termini di Block (1980), eccessivamente “sciovinista”. Si potrebbe ovviamente contrastare l’accusa di sciovinismo, avanzando l’ipotesi che tutte le creature, inclusi i marziani e altri esseri ipotetici, che potrebbero condividere la nostra organizzazione funzionale, e in tal caso la nostra teoria degli stati mentali rimarrebbe, nei termini di Block (1980), eccessivamente “sciovinista”. Si potrebbe ovviamente contrastare l’accusa di sciovinismo, avanzando l’ipotesi che tutte le creature con stati di livello inferiore che soddisfino una data caratterizzazione funzionale possiedano uno stato o proprietà disgiuntiva comune (di livello inferiore). Oppure si potrebbe suggerire che, anche se tutte le creature che possiedono stati che occupano (per esempio) il ruolo del dolore non si trovano propriamente nello stesso stato mentale, esse nondimeno condividano una proprietà di livello superiore strettamente correlata (denominata, sulla scia di Lewis 1966 (nota 6 ), “l’attributo di avere dolore”). Ma nessuna delle due alternative,
secondo molti funzionalisti, si spinge abbastanza in là da preservare l’intuizione funzionalista di base che il comune ruolo funzionale prevalga sulla diversità fisica nel determinare se le creature possano avere gli stessi stati mentali. Così molti funzionalisti – sia a priori che empirici – sostengono il funzionalismo del ruolo, che, oltre a evitare lo sciovinismo, consente ai termini degli stati mentali di essere designatori rigidi (Kripke 1972), facendo sì che denotino gli stessi oggetti- quelle proprietà di “ruolo” di livello superiore – in tutti i mondi possibili.

D’altra parte, alcuni funzionalisti – anche qui, sia a priori che empirici – ritengono che il funzionalismo del realizzatore si trovi in una posizione migliore rispetto al funzionalismo del ruolo nello spiegare l’efficacia causale del mentale. Se mi pungo un dito e sussulto, siamo portati a credere che sia la puntura del dito a provocare il mio dolore, che a sua volta è causa del mio trasalire. Tuttavia, c’è chi ha sostenuto (Malcolm 1968; Kim 1989, 1998) che, nel caso in cui il mio dolore sia realizzato da qualche tipo di evento neurale, allora, nella misura in cui esistono spiegazioni fisiche puramente simili a leggi che collegano eventi di quel determinato tipo a sussulti, è possibile fornire una spiegazione causale completa del mio sussulto facendo riferimento all’occorrenza di quell’evento neurale (e alle proprietà in virtù delle quali figura in quelle leggi). E quindi sembra che le proprietà del ruolo di livello superiore di quell’evento siano causalmente irrilevanti. Questo è noto come il “problema dell’esclusione causale”, che si sostiene sorga non solo per le proprietà del ruolo funzionale, ma per le proprietà disposizionali in generale (Prior, Pargetter e Jackson 1982) – e inoltre per ogni sorta di stato mentale o proprietà non tipo-identico a quello invocato dalle leggi fisiche. Questo problema verrà discusso ulteriormente nella Sezione 5.2.

4. Costruire teorie funzionaliste plausibili

Finora, la discussione su come fornire caratterizzazioni funzionali dei singoli stati mentali è tenuto sul vago e gli esempi sono stati apertamente semplicistici. È possibile fare di meglio? E, in tal caso, quale versione di funzionalismo sarà più portata a riscuotere il maggior successo? Queste domande saranno al centro di questa sezione, e verrà fornito un trattamento separato per gli stati esperienziali (spesso chiamati “qualitativi” o “fenomenici”), come le percezioni e le sensazioni corporee, le quali possiedono un carattere qualitativo distintivo o “sensazione”, e per gli stati intenzionali, come pensieri, credenze e desideri, che hanno la pretesa di rappresentare il mondo in vari modi. In verità, esiste un consenso crescente sul fatto che gli stati esperienziali possiedano contenuti rappresentazionali e che gli stati intenzionali abbiano carattere qualitativo, e perciò questi due gruppi potrebbero non escludersi a vicenda (vedi Horgan e Tienson, 2002). Tuttavia, li discuterò separatamente per concentrarmi su quelle che tutti ritengono essere le caratteristiche distintive di ciascuno.

In primo luogo, tuttavia, è importante essere più precisi su come esattamente la definizione funzionale dovrebbe funzionare. Ciò può essere fatto concentrandosi su un metodo generale per la costruzione delle definizioni funzionali introdotto da David Lewis (1972; basandosi su un’idea di Frank Ramsey), che è diventato metodo standard per i funzionalisti di tutti i tipi. L’articolare questo metodo aiuterà a valutare i punti di forza e di debolezza dei diversi tipi di funzionalismo, mostrando al contempo alcune ulteriori sfide che si presentano per tutti quanti.

4.1 Definizioni di funzionalismo e enunciati di Ramsey

La caratteristica chiave di questo metodo ormai canonico è quella di considerare stati e processi mentali come definiti implicitamente dall’enunciato di Ramsey dell’una o dell’altra teoria psicologica: sia essa del senso comune, scientifica, o una via di mezzo. (Step analoghi, naturalmente, possono essere intrapresi per produrre l’enunciato di Ramsey di qualsiasi teoria, sia essa psicologica o meno). Facciamo un esempio (sempre semplicistico): si consideri il tipo di generalizzazioni sul dolore introdotte prima. Il dolore tende ad essere causato da lesioni fisiche; il dolore tende a produrre la credenza che qualcosa nel corpo non funzioni, assieme al desiderio di uscire da quello stato; il dolore tende a produrre ansia; il dolore tende a provocare sussulti o gemiti.

Per costruire l’enuncoiato di Ramsey di questa “teoria”, il primo passo è unire queste generalizzazioni, quindi sostituire tutti i nomi dei diversi tipi di stati mentali con variabili diverse, e quindi quantificare esistenzialmente quelle variabili, nel modo seguente:

xyzw (x tende a essere causato da lesioni fisiche & x tende a produrre stati y, z e wx tende a produrre sussulti o gemiti).

Una tale affermazione è priva di qualsiasi termine relativo a stati mentali. Essa include solo quantificatori che spaziano su stati mentali, termini che denotano stimoli e comportamento, e termini che specificano differenti relazioni causali tra di loro. Si può quindi dire che essa fornisce definizioni implicite dei termini di stato mentale della teoria. Un individuo avrà quegli stati mentali solo nel caso in cui possieda una famiglia di stati del primo ordine che interagiscono nei modi previsti dalla teoria. (Sebbene, naturalmente, i funzionalisti riconoscano che gli stati del primo ordine che soddisfano le definizioni funzionali possono variare da specie a specie – o anche da individuo a individuo – tuttavia, essi specificano che, per ogni individuo, le definizioni funzionali devono essere soddisfatte in modo univoco.)

Un modo utile per pensare all’enunciato di Ramsey di una teoria psicologica è quello di considerarla come una definizione degli stati mentali di un sistema “tutti in una volta”, ovvero come a stati che interagiscono con stimoli in più modi per produrre comportamenti (vedi Lewis 1972; vedi anche Field 1980 per un’elaborazione più tecnica del metodo di Lewis e un resoconto di alcune differenze cruciali tra questo tipo di caratterizzazione e quella inizialmente proposta da Lewis). Ciò pone in evidenza come nel contesto delle formulazioni classiche delle teorie funzionali, gli stati mentali siano destinati a essere caratterizzati in termini delle loro relazioni con stimoli, comportamento e tutti gli altri stati che possono essere lecitamente invocati dalla teoria in questione, e dunque alcune teorie funzionali avrebbero più risorse per individuare gli stati mentali rispetto a quanto suggerito dalle definizioni “crude” usate come esempio. Le prossime tre sezioni discuteranno il potenziale dei diversi tipi di teoria funzionalista in modo da fornire adeguate caratterizzazioni degli stati esperienziali e intenzionali, anche per specificare gli input e gli output del sistema.

4.2 Caratterizzare gli stati esperienziali

La strategia comune ai resoconti di maggior successo delle esperienze percettive e le sensazioni corporee (Shoemaker 1984a, Clark 1993; adombrato in Sellars 1956) consiste nell’individuare esperienze di vari tipi generali (esperienze cromatiche, esperienze sonore, sensazioni termiche ) in parte facendo appello alle posizioni che esse occupano all’interno di “spazi di qualità” che sono associati alle modalità sensoriali rilevanti – cioè, le(forse multidimensionali) matrici determinate dai giudizi sulle somiglianze e differenze relative tra le esperienze in questione. Quindi, ad esempio, l’esperienza di un arancione molto rossastro potrebbe essere (parzialmente) caratterizzata come lo stato prodotto dalla visualizzazione di un campione di colore all’interno di una determinata gamma, la quale tende a produrre il giudizio o la credenza che lo stato appena esperito sia più simile all’esperienza del rosso che a quella dell’arancione. (Naturalmente, si dovranno fornire caratterizzazioni analoghe di queste altre esperienze cromatiche.) I giudizi o le credenze in questione saranno essi stessi (parzialmente) caratterizzati in termini della loro tendenza a produrre atteggiamenti di ordinamento o categorizzazione di certi tipi specifici.

Questa strategia potrebbe sembrare fatale per il funzionalismo analitico, che si limita all’uso di informazioni a priori per operare distinzioni tra gli stati mentali, poiché non è chiaro come le informazioni necessarie per distinguere tra esperienze quali le percezioni cromatiche potranno ottenersi dall’analisi concettuale dei termini e dei concetti per i nostri stati mentali. Tuttavia, questo problema potrebbe non essere così grave come sembra. Ad esempio, qualora le sensazioni e le esperienze percettive venissero caratterizzate in termini della posizione che occupano all’interno di “spazio di qualità”, determinato dai giudizi pre-teorici di somiglianza e dissomiglianza posseduti da una persona (e forse anche in termini delle loro tendenze a produrre vari effetti emotivi), allora queste caratterizzazioni potrebbero qualificarsi come a priori, anche se dovrebbero essere provocate da una sorta di “interrogazione socratica”.

Tuttavia, questa strategia presenta dei limiti (vedi la sezione 5.5.1 sul problema dello “spettro invertito”), che sembrano lasciare due opzioni ai funzionalisti analitici: insistere -ovvero negare che sia coerente supporre che sussistano le distinzioni che i critici avanzano – o cambiare, vale a dire abbracciare un altro tipo di funzionalismo per cui le caratterizzazioni degli stati mentali, sebbene non consistano in verità concettuali, possano però fornire informazioni sufficientemente esaustive per individuare gli stati in questione. Questo cambiamento, tuttavia, si tradurrebbe nella rinuncia ai benefici (sempre che ve ne siano) di una teoria che fornisca traduzioni che preservino il significato dei termini per i nostri stati mentali.

Si è diffuso, tuttavia, un consistente scetticismo sul fatto che una teoria funzionalista – analitica o scientifica che sia in grado di catturare quello che sembra essere il carattere qualitativo distintivo degli stati esperienziali come le percezioni cromatiche, i dolori e altre sensazioni corporee; queste questioni saranno affrontate nella sezione 5.5 di seguito.

4.3 Caratterizzare gli stati intenzionali

D’altra parte, si è spesso pensato che gli stati intenzionali come credenze, pensieri, e desideri (a volte chiamati “atteggiamenti proposizionali”) siano facili da caratterizzare in termini funzionali piuttosto che con stati esperienziali come le macchie e le esperienze di colore (ma non sempre: si vedano Searle 1992, G. Strawson 1994, Horgan and Tienson 2002, Kriegel 2003, e Pitt 2008, che suggeriscono che questi stati intenzionali hanno un carattere altrettanto qualitativo). Possiamo iniziare a caratterizzare le credenze come (tra le altre cose) stati prodotti in certi modi da percezioni sensoriali o da inferenze da altre forme di credenze, e i desideri come stati con certe relazioni causali o controfattuali con gli scopi e le necessità del sistema, e specificare ulteriormente come (in accordo con la rilevante teoria del senso comune o teoria empirica) le credenze e i desideri tendono ad interagire tra di loro, e tra altri stati mentali, per produrre il comportamento.

Ancora una volta, questa caratterizzazione è grezza e ha bisogno di maggiori dettagli. Inoltre, si pongono ulteriori questioni in merito alla caratterizzazione degli stati intenzionali – specialmente la credenza – emerse in discussioni recenti. Una questione è chiedersi se un soggetto si debba considerare come se credesse che p, se c’è una discrepanza tra il suo dire che p e i caratteristici comportamenti associati al credere che p in circostanze normali: le dichiarazioni prevalgono sui comportamenti, o viceversa – esistono fattori pragmatici che determinano quale dovrebbe essere la risposta in diversi contesti? (Si veda Gendler, 2008, e Schwitzgebel, 2010). Un’altra questione è se sia più corretto descrivere gli stati che interagiscono con i desideri (e altri stati mentali) per produrre un comportamento come credenze “complete” o “chiare”, o piuttosto come rappresentazioni del mondo per le quali gli individui hanno diversi gradi di confidenza. (Vedasi Staffel, 2013, e i numerosi contributi a Huber e Schmidt-Petri, 2009, ed Ebert e Smith, 2012, per ulteriori discussioni). Il funzionalismo, almeno si può arguire così, può fornire una serie di risposte diverse a queste domande, ma il progetto di caratterizzare le credenze potrebbe non essere così lineare.

A seconda di queste domande, i funzionalisti devono dire di più su ciò che rende uno stato (chiaro oppure no) una particolare credenza o un desiderio, per esempio, la credenza che – o il desiderio che – domani nevicherà. La maggior parte delle teorie funzionaliste descrive tali stati con diverse relazioni (o “atteggiamenti”) verso lo stesso stato di cose o proposizioni (per descrivere la credenza che domani nevicherà e la credenza che domani pioverà come lo stesso atteggiamento verso proposizioni diverse). Ciò consente di interpretare differenze e somiglianze nei contenuti degli stati intenzionali come differenze e somiglianze nelle proposizioni a cui sono correlati questi stati. Ma cosa rende uno stato mentale una relazione o un atteggiamento nei confronti di una proposizione P? E queste relazioni possono essere catturate unicamente facendo appello ai ruoli funzionali degli stati in questione?

Lo sviluppo del ruolo della semantica sembra poter fornire una risposta a queste domande: ciò che per Julian significa credere che P corrisponde al suo essere in uno stato che ha relazioni causali e controfattuali con altre credenze e desideri, che rispecchiano certe relazioni inferenziali, probatorie e pratiche (dirette all’azione) tra proposizioni, con quelle strutture formali. (Field 1980; Loar 1981; Block 1986). Questa proposta solleva una serie di importanti domande. Una è se gli stati in grado di entrare in tali interrelazioni possano (devono?) essere interpretati come se fossero, o come se includessero, elementi di un “linguaggio del pensiero” (Fodor 1975; Harman 1973; Field 1980; Loar 1981). Un’altra è se le idiosincrasie nelle inclinazioni inferenziali o pratiche di individui diversi creino differenze (o incommensurabilità tra) i loro stati intenzionali. (Questa domanda nasce da una preoccupazione più generale sull’olismo della specificazione funzionale, che sarà discussa più in generale nella Sezione 5.1.)

Un’altra sfida per il funzionalismo sono le intuizioni diffuse che supportano l’ ”esternismo”, la tesi secondo cui ciò che gli stati mentali rappresentano, o riguardano, non può essere caratterizzato senza fare appello a determinate caratteristiche degli ambienti in cui sono collocati gli individui. Quindi, se l’ambiente di un individuo è diverso da quello di un altro, si può dire che entrambi possiedono stati intenzionali diversi, anche se ragionano nello stesso modo, e “vedono” esattamente allo stesso modo quegli ambienti dal loro punto di vista.

Gli scenari come quello di “Terra Gemella” introdotti da Putnam (1975) sono spesso citati per dare supporto a un’individuazione esternista delle credenze su generi naturali come l’acqua, l’oro o le tigri. Terra Gemella, per come la presenta Putnam, è un (ipotetico) pianeta su cui le cose hanno aspetti, sapori, odori e sensazioni esattamente come sulla Terra, ma hanno diverse strutture microscopiche sottostanti; per esempio, il liquido che riempie i corsi d’acqua ed esce dai rubinetti, anche se sembra e sa di acqua, ha una struttura molecolare che è XYZ anziché H2O. Molti teorici trovano intuitivo pensare che in tal modo intendiamo qualcosa di diverso con il nostro termine “acqua” rispetto a quello che intendono le nostre controparti di Terra Gemella, e quindi che le credenze che descriviamo come credenze sull’acqua sono diverse da quelle che descriverebbero allo stesso modo le nostre controparti di Terra Gemella. Conclusioni simili, sostengono, si possono trarre da tutti i casi di credenza (e per altri stati intenzionali) che riguardano i generi naturali.

Lo stesso problema, inoltre, sembra sorgere anche per altri tipi di credenze. Tyler Burge (1979) presenta casi in cui sembra intuitivo che una persona, Oscar, e la sua controparte funzionalmente equivalente, abbiano credenze diverse su varie sindromi (come l’artrite) e sugli oggetti (come i divani) perché l’uso di questi termini nelle loro comunità linguistiche è diverso. Ad esempio, nella comunità di Oscar, il termine “artrite” è usato come lo usiamo noi, mentre nella comunità della sua controparte “artrite” denota una infiammazione delle articolazioni e anche varie infezioni alla coscia. L’affermazione di Burge è che anche se Oscar e la sua controparte si lamentano entrambi della “artrite” nelle loro cosce e inferiscono esattamente le stesse cose riguardo alla “artrite”, tuttavia intendono cose diverse con i loro termini e dunque si devono considerare come se avessero delle credenze diverse. Se questi casi sono convincenti, allora esistono delle differenze tra i tipi di stati intenzionali che possono essere caratterizzati dalla descrizione di stati che fanno riferimento alle pratiche della comunità linguistica di un individuo. Questi, insieme ai casi di Terra Gemella, suggeriscono che se le teorie funzionaliste non possono fare riferimento all’ambiente di un individuo, allora descrivere il contenuto rappresentazionale di (almeno alcuni) stati intenzionali va oltre le mire del funzionalismo. (Vedasi la Sezione 4.4 per ulteriori discussioni e Searle 1980, per argomenti correlati contro le teorie “computazionali” degli stati intenzionali.)

D’altra parte, l’individuazione esternista degli stati intenzionali potrebbe non riuscire a cogliere alcuni importanti aspetti psicologici che noi e le nostre controparti abbiamo in comune, e che sono rilevanti per la spiegazione del comportamento. Se io e la mia controparte di Terra Gemella veniamo entrambi da una lunga escursione, diciamo entrambi che abbiamo sete, diciamo “voglio dell’acqua” e andiamo in cucina: sembra che il nostro comportamento possa essere spiegato citando un desiderio comune e una credenza. Alcuni teorici, quindi, hanno suggerito che le teorie funzionaliste dovrebbero tentare semplicemente di descrivere quello che è stato chiamato il “contenuto ristretto” di credenze e desideri – cioè, qualsiasi caratteristica rappresentazionale che gli individui condividono con le loro controparti di Terra Gemella. Non c’è consenso, tuttavia, su come le teorie funzionaliste dovrebbero trattare queste caratteristiche rappresentazionali “ristrette” (Block 1986; Loar 1987, Yli-Vakkuti e Hawthorne, 2018), e alcuni filosofi hanno espresso scetticismo sul fatto che tali caratteristiche debbano essere interpretate come delle rappresentazioni (Fodor 1994; vedasi anche la voce sul contenuto ristretto https://plato.stanford.edu/entries/content-narrow/). Anche se può essere sviluppato un resoconto generalmente accettabile del contenuto rappresentazionale ristretto, tuttavia, se le intuizioni che si ispirano a scenari come quello di “Terra Gemella” rimangono stabili, allora si deve concludere che l’intero contenuto rappresentazionale degli stati intenzionali non può essere descritto soltanto attraverso caratterizzazioni funzionali “ristrette”(e questo sarà vero anche per certi tipi di stati qualitativi, ad esempio per le esperienze di colore, se anch’esse hanno un contenuto rappresentazionale).

4.4 Caratterizzare gli input e gli output di un sistema

Le considerazioni sul fatto che certi tipi di credenze debbano essere individuati esternamente sollevano la questione correlata su come caratterizzare al meglio gli stimoli e i comportamenti che servono come input e output di un sistema. Dovrebbero essere interpretati come eventi che coinvolgono oggetti nell’ambiente di un sistema (come camion dei pompieri, acqua e limoni), o piuttosto come eventi nei sistemi sensoriali e motori? Le teorie del primo tipo sono spesso chiamate teorie funzionaliste “a braccio lungo” (Block 1990), poiché caratterizzano gli input e gli output – e di conseguenza gli stati da cui sono prodotti e che producono – distendendosi verso il mondo. L’adozione di una teoria “a braccio lungo” impedirebbe alle nostre controparti di Terra Gemella di condividere le nostre credenze e i nostri desideri, e potrebbe quindi rendere valide le intuizioni che supportano un’individuazione esternista degli stati intenzionali (sebbene possano rimanere ulteriori questioni in merito a ciò che Quine ha chiamato la “imperscrutabilità del riferimento”; vedi Putnam 1988).

Se le caratterizzazioni funzionali degli stati intenzionali intendono catturare il loro “contenuto ristretto”, tuttavia, gli input e gli output del sistema dovranno essere specificati in un modo che consentano agli individui in diversi ambienti di trovarsi nello stesso stato intenzionale. Secondo quest’idea, gli input e gli output si possono caratterizzare come attività in specifici recettori sensoriali e neuroni motori. Ma questa opzione (“a braccio corto”) limita anche la gamma di individui che possono condividere le nostre credenze e desideri, poiché a creature con diverse strutture neurali non potranno condividere i nostri stati mentali, anche se condividono tutte le nostre disposizioni comportamentali e inferenziali. (Inoltre, questa opzione non sarebbe aperta alle teorie funzionaliste analitiche, poiché le generalizzazioni che collegano gli stati mentali a input e output specificati a livello neurale non avrebbero, presumibilmente, lo statuto di verità concettuali.)

Forse c’è un modo per specificare le stimolazioni sensoriali che astrae dalle caratteristiche specifiche della struttura neurale umana tanto da includere qualsiasi possibile creatura che intuitivamente sembri condividere i nostri stati mentali, ma sufficientemente concreta da escludere entità che chiaramente non sono sistemi cognitivi (come l’economia della Bolivia; vedi Block 1980b). Se non esiste una tale formulazione, tuttavia, i funzionalisti dovranno abbandonare le intuizioni secondo cui certi sistemi non possono avere credenze e desideri, oppure ammettere che le loro teorie potrebbero essere più “scioviniste” di quanto si è sperato inizialmente.

Chiaramente, le questioni qui rispecchiano quelle riguardanti l’individuazione degli stati intenzionali discusse nella sezione precedente. È necessario ulteriore lavoro per sviluppare le alternative “a braccio lungo” e “a braccio corto” e per valutare i pregi e i difetti di entrambe.

5. Obiezioni al funzionalismo

Le sezioni precedenti erano in linea di massima dedicate alla presentazione delle diverse tipologie di funzionalismo e alla valutazione rispettivamente dei loro punti di forza e di debolezza. Tuttavia, sono state portate molte obiezioni al funzionalismo, che si applicano a tutte le sue versioni. Alcune di queste sono già state introdotte nelle discussioni precedenti, ma esse, e molte altre, verranno affrontate in modo più dettagliato qui di seguito.

5.1 Funzionalismo e olismo

Una difficoltà per ogni versione della teoria funzionalista è che la caratterizzazione funzionale è olistica. I funzionalisti sostengono che gli stati mentali debbano essere caratterizzati in base ai loro ruoli in una teoria psicologica – sia essa una teoria del senso comune, scientifica o collocata tra le due- ma tutte queste teorie incorporano informazioni per un gran numero e una gran varietà di stati mentali. Quindi, se il dolore è definito in rapporto a certe credenze e desideri altamente articolati, allora gli animali che non hanno gli stati interni che svolgono i ruoli delle nostre credenze e desideri non possono provare il nostro stesso dolore, e gli esseri umani senza la capacità di provare dolore non possono avere alcune (o forse nessuna) delle nostre credenze e dei nostri desideri. Inoltre, le differenze nel modo in cui ragionano le persone, i modi in cui le loro credenze sono fissate o il modo in cui i loro desideri influenzano le loro credenze – a causa di idiosincrasie culturali o individuali – potrebbero rendere loro impossibile avere gli stessi stati mentali. Queste sono considerate come serie preoccupazioni per tutte le tipologie di funzionalismo (vedasi Stich 1983, Putnam 1988).

Alcuni funzionalisti, tuttavia (ad esempio Shoemaker 1984c), hanno suggerito che se un organismo ha stati che realizzano approssimativamente le nostre teorie funzionaliste, o che realizzano qualche sottoinsieme definito più specifico della teoria particolarmente rilevante per la specificazione di quegli stati, allora possono qualificarsi come stati mentali simili ai nostri. Il problema, naturalmente, è specificare più precisamente cosa si debba intendere con “realizzazione approssimativa di una teoria”, o cosa si intende esattamente includere in un sottoinsieme “definito” di una teoria, e queste non sono questioni semplici. (Le loro vittime preferite sono, inoltre, le teorie funzionaliste analitiche, poiché specificare cosa appartenga all’interno e all’esterno del sottoinsieme “definito” di una caratterizzazione funzionale solleva la questione di quali siano le caratteristiche concettualmente essenziali e quelle meramente collaterali di uno stato mentale, e di conseguenza solleva seri interrogativi sulla fattibilità di (qualcosa come) una distinzione analitico-sintetica (Quine 1953, Rey 1997)).

5.2 Funzionalismo e causalità mentale

Un’altra preoccupazione per il funzionalismo è il “problema dell’esclusione causale”, introdotto nella sezione 3.4: il problema cioè di sapere se il funzionalismo del ruolo può spiegare quella che consideriamo l’efficacia causale dei nostri stati mentali (Malcolm 1968, Kim 1989, 1998). Ad esempio, se il mio dolore è realizzato da qualche tipo di stato neurale, allora nella misura in cui esistono delle generalizzazioni puramente fisiche, simili a leggi, che collegano stati di quel tipo con il comportamento del dolore, si può fornire una spiegazione causale completa del mio comportamento citando l’occorrenza di quello stato neurale (e le proprietà in virtù delle quali figura in quelle leggi). Così, alcuni hanno sostenuto, le proprietà del ruolo di livello superiore di quello stato – il suo essere dolore – sono causalmente irrilevanti.

Ci sono state diverse risposte a questo problema. Alcuni (ad esempio Loewer 2002, 2007, Antony e Levine 1997, Burge 1997, Baker 1997) suggeriscono che derivi da una spiegazione eccessivamente restrittiva della causalità, per cui una causa deve “generare” o “produrre” il suo effetto, una visione che considera anche le proprietà macroscopiche di altre scienze speciali come causalmente irrilevanti. Invece, alcuni sostengono, il nesso di causalità dovrebbe essere considerato come un tipo speciale di dipendenza controfattuale tra stati di certi tipi (Loewer 2002, 2007, Fodor 1990, Block 1997), o come un tipo speciale di regolarità che sussiste tra di loro (Melnyk 2003). Se ciò è corretto, le proprietà del ruolo funzionale (insieme alle altre proprietà macroscopiche delle scienze speciali) potrebbero essere considerate come causalmente efficaci (ma vedi Ney 2012 per un parere contrastante). Tuttavia, la plausibilità di questi resoconti per la causalità dipende dai loro obiettivi di distinguere le relazioni causali genuine da quelle che sono chiaramente epifenomeniche, e alcuni hanno espresso scetticismo sulla possibilità di svolgere questo compito, tra cui Crane 1995, Kim 2007, Jackson 1995, Ludwig 1998 e McLaughlin 2006, di prossima pubblicazione. (D’altra parte, si veda Lyons (2006) per un argomento secondo cui il fatto che le proprietà funzionali siano causalmente inefficaci può essere visto come un vantaggio della teoria.)

Tuttavia, altri filosofi sostengono che la causalità deve essere considerata come una relazione tra tipi di eventi da invocare per fornire spiegazioni sufficientemente generali del comportamento (Antony e Levine 1997, Burge 1997, Baker 1997). Sebbene molti di coloro che sono mossi dal problema dell’esclusione causale (ad esempio Kim e Jackson) sostengano che esiste una differenza tra le generalizzazioni che sono realmente causali e quelle che contribuiscono in qualche altro modo (puramente epistemiche) alla nostra comprensione del mondo, i teorici che sostengono questo risposta al problema accusano questa obiezione di dipendere ancora una volta da una visione restrittiva della causalità, che escluderebbe troppe cose.

Un altro problema con visioni come quelle proposte sopra, alcuni sostengono (Kim 1989, 1998), è che le cause mentali e fisiche potrebbero quindi sovra-determinare i loro effetti, poiché ciascuna sarebbe causalmente sufficiente perché questi vengano prodotti. E, sebbene alcuni teorici sostengano che la sovradeterminazione sia diffusa e non problematica (vedere Loewer 2002, e anche Shaffer, 2003 e Sider 2003, per una discussione più generale sulla sovradeterminazione), altri sostengono che esiste una relazione speciale tra ruolo e realizzatore che fornisce una spiegazione intuitiva di come entrambi possano essere causalmente efficaci, senza contare come cause sovra-determinanti. Ad esempio, Yablo (1992), suggerisce che le proprietà mentali e fisiche si trovano in una relazione di determinabile e determinato (proprio come il rosso sta allo scarlatto), e sostiene che la nostra credenza per cui una causa dovrebbe essere commisurata ai suoi effetti ci permette di considerare il determinabile, piuttosto che il determinato, come la proprietà causalmente efficace nella spiegazione psicologica. Bennett (2003) suggerisce, in alternativa, che le proprietà del realizzatore necessitano metafisicamente le proprietà del ruolo, impedendo loro di soddisfare le condizioni per la sovradeterminazione. Un’altra idea (Wilson, 1999, 2011 e Shoemaker, 2001) è che i poteri causali delle proprietà mentali siano inclusi tra (o siano veri e propri sottoinsiemi de) i poteri causali delle proprietà fisiche che li realizzano. (Vedere anche Macdonald e Macdonald 1995, Witmer, 2003, Yates, 2012 e Strevens, 2012, per opinioni correlate.)

Di recente c’è stato un lavoro sostanziale sul problema dell’esclusione causale, che, come notato in precedenza, sorge per qualsiasi teoria non riduzionista degli stati mentali. (Vedere la voce sulla causalità mentale https://plato.stanford.edu/entries/mental-causation/, così come Bennett 2007 e Funkhouser 2007, per ulteriori discussioni e ampie bibliografie.) Ma vale la pena discutere una relativa preoccupazione sulla causalità, che sorge esclusivamente per il funzionalismo del ruolo (e per altre teorie disposizionali) vale a dire, il problema degli “effetti metafisicamente necessari” (Rupert 2006, Bennett 2007). Se il dolore è definito funzionalmente (da una teoria a priori o empirica) come lo stato di trovarsi in uno stato di livello inferiore o altro che, in determinate circostanze, provoca un movimento brusco, allora sembra che la generalizzazione per cui il dolore provoca movimenti bruschi (in quelle circostanze) è nella migliore delle ipotesi poco informativa, poiché lo stato in questione non sarebbe dolore, se non provocasse movimenti bruschi. E, secondo la visione humiana della causalità intesa come relazione contingente, l’affermazione causale sarebbe falsa. Davidson (1980b) una volta ha risposto a un argomento simile osservando che anche se uno stato mentale M è definito in termini di produzione di un’azione A, può spesso essere ridefinito in altri termini P in modo tale che “P ha causato A” non è una verità logica. Ma non è chiaro se tali ridefinizioni siano disponibili per i funzionalisti del ruolo (rispetto al realizzatore).

Alcuni teorici (ad esempio Antony e Levine 1997) hanno risposto suggerendo che, sebbene gli stati mentali possano essere definiti in termini di alcuni loro effetti, ne hanno altri che non derivano da quelle definizioni che possono figurare in generalizzazioni causali che sono contingenti, informative e vere. Ad esempio, anche se da una definizione funzionale segue che il dolore provoca movimenti bruschi (e quindi che la relazione tra dolore e movimenti bruschi non può essere veramente causale), gli psicologi possono scoprire, ad esempio, che il dolore produce resilienza (o “comportamento di sottomissione”) negli esseri umani. Tuttavia, la preoccupazione potrebbe essere che le definizioni funzionaliste rischiano di lasciare troppe generalizzazioni comunemente citate fuori dal regno della contingenza, e quindi dalla spiegazione causale: sicuramente, potremmo pensare, vogliamo fare affermazioni come “il dolore provoca movimenti bruschi”. Tali affermazioni si possono fare, tuttavia, se (come sembra probabile) le teorie funzionaliste più plausibili definiscono le sensazioni come il dolore in termini di un piccolo sottoinsieme dei loro distintivi effetti psicologici, piuttosto che comportamentali (vedere la sezione 4.2).

Una diversa linea di risposta a questa preoccupazione (Shoemaker 1984d, 2001) è negare del tutto la spiegazione humiana della causalità e sostenere che le relazioni causali sono esse stesse metafisicamente necessarie, ma questa rimane una visione minoritaria. (Vedere anche Bird, 2002 e Latham, 2011, per ulteriori discussioni.)

5.3 Funzionalismo e credenza introspettiva

Un’altra questione importante riguarda le credenze che abbiamo sui nostri stati mentali “ricorrenti” (in opposizione a quelli disposizionali) come pensieri, sensazioni e percezioni. Sembra che abbiamo credenze immediatamente disponibili e non-inferenziali per questi stati. La domanda che sorge spontanea è come si possa spiegare, se gli stati mentali sono identici a proprietà funzionali.

La risposta dipende da ciò che crediamo che implichino queste credenze introspettive. In generale, esistono due teorie dominanti sulla questione (ma vedi Peacocke 1999, cap. 5 per ulteriori alternative). Un famoso resoconto dell’introspezione – il modello del “senso interiore”, in base al quale l’introspezione è considerata una sorta di “scansione interna” dei contenuti della propria mente (Armstrong 1968) – è stato considerato ostile al funzionalismo, sulla base del fatto che è difficile vedere come gli oggetti di tale scansione possano essere proprietà relazionali di secondo ordine dei propri stati neurali (Goldman 1993). Alcuni teorici, tuttavia, hanno sostenuto che il funzionalismo può accogliere le caratteristiche speciali della credenza introspettiva sulla base del modello del “senso interiore”, poiché sarebbe solo uno dei tanti domini in cui è plausibile pensare di avere una conoscenza immediata e non inferenziale di proprietà causali o disposizionali (Armstrong 1993; Kobes 1993; Sterelney 1993). Una discussione completa di queste questioni va oltre lo scopo di questa voce, ma gli articoli citati sopra sono solo tre tra i molti pezzi utili nell’Open Peer Commentary, seguendo Goldman (1993), che fornisce una buona introduzione al dibattito su questo problema.

Un altro resoconto dell’introspezione, identificato più strettamente con Shoemaker (1996a, b, c, d), è che l’immediatezza della credenza introspettiva deriva dal fatto che gli stati mentali occorrenti e le nostre credenze introspettive su di essi sono funzionalmente inter-definiti. Ad esempio, si soddisfa la definizione di provare dolore solo se si è in uno stato che tende a causare (nelle creature con i concetti richiesti che stanno considerando la questione) la credenza che si sta provando dolore, e si crede di provare dolore solo se si è in uno stato che svolge il ruolo della credenza ed è causato direttamente dal dolore stesso. Secondo questa teoria dell’introspezione, l’immediatezza e la natura non-inferenziale della credenza introspettiva non sono semplicemente compatibili con il funzionalismo, ma le richiede esso stesso.

Ma c’è un’obiezione, più recentemente espressa da George Bealer (1997; vedi anche Hill 1993), per cui, secondo questo modello, una credenza introspettiva può essere definita solo in due modi insoddisfacenti: o come credenza prodotta da uno stato funzionale (del secondo ordine) specificato (in parte) dalla sua tendenza a produrre quel tipo di credenza – che sarebbe circolare – o come credenza sulla realizzazione di primo ordine dello stato funzionale, piuttosto che quello stesso stato. I funzionalisti hanno suggerito, tuttavia (Shoemaker 2001, McCullagh 2000, Tooley 2001), che esiste un modo per comprendere le condizioni in cui possono essere causate le credenze, e quindi avere come contenuto degli stati funzionali di secondo ordine, il che permette agli stati mentali e alle credenze introspettive su quest’ultimi di essere definite in maniera non circolare (ma vedere Bealer 2001, per una risposta scettica). Una trattazione completa di questa obiezione implica la domanda più generale se le proprietà del secondo ordine possano avere efficacia causale, e ciò va oltre lo scopo di questa discussione (vedere la sezione 5.2 e la voce sulla causalità mentale https://plato.stanford.edu/entries/mental-causation/). Ma anche se questa obiezione alla fine può essere respinta, essa suggerisce che è necessario prestare particolare attenzione alle caratterizzazioni funzionali degli stati mentali “che si rivolgono a sé stessi”.

5.4 Funzionalismo e le norme della ragione

Un’altra obiezione alle teorie funzionaliste di qualsiasi tipo è che non catturano le interrelazioni che riteniamo definitive per le credenze, i desideri e altri stati intenzionali. Mentre anche i funzionalisti analitici ritengono che gli stati mentali – e anche i loro contenuti – siano implicitamente definiti in termini di ruoli (causali o probabilistici) nella produzione del comportamento, questi critici intendono che gli stati intenzionali devono essere definiti in termini dei loro ruoli con cui razionalizzano e rendono conto del comportamento. Questo è un compito diverso, affermano, poiché la razionalizzazione, a differenza della spiegazione causale, richiede di mostrare come le credenze, i desideri e il comportamento di un individuo siano conformi, o almeno si avvicinino, a certe norme o ideali a priori del ragionamento teorico e pratico – prescrizioni sulle credenze e sui desideri che dovremmo avere, come dovremmo ragionare, o cosa dovremmo fare, date le nostre credenze e desideri. (Si veda Davidson 1980c, Dennett 1978 e McDowell 1985 per le espressioni classiche di questo punto di vista.) Quindi non ci si può aspettare che le relazioni normative o razionali (“costitutive”) che si definiscono tra stati intenzionali espresse da questi principi corrispondano a relazioni causali e probabilistiche tra i nostri stati interni, stimoli sensoriali e comportamento, poiché costituiscono una sorta di spiegazione che ha evidenze e standard di correttezza diversi da quelli delle teorie empiriche (Davidson 1980c). Non si possono, cioè, estrarre dei fatti da dei valori.

Pertanto, sebbene attribuire stati mentali possa in un certo senso spiegare il comportamento consentendo a un osservatore di “interpretarlo” come sensato, non ci si dovrebbe aspettare che ciò denoti entità che compaiono in generalizzazioni empiriche, siano esse del senso comune o scientifiche. (Questo non vuol dire, sottolineano questi teorici, che non esistano cause o leggi empiriche per il comportamento. Queste, tuttavia, saranno esprimibili solo nel vocabolario delle neuroscienze, o di altre scienze di livello inferiore, e non come relazioni tra credenze, desideri e comportamenti.)

I funzionalisti hanno risposto a queste preoccupazioni in modi diversi. Molti negano semplicemente l’intuizione alla base dell’obiezione e sostengono che anche le analisi concettuali più rigorose dei nostri termini e dei concetti intenzionali pretendono di definirli nei termini dei loro ruoli causali autentici, e che qualsiasi norma che riflettono è esplicativa piuttosto che prescrittiva. Sostengono, cioè, che se queste generalizzazioni sono idealizzazioni, sono il tipo di idealizzazioni che si verificano in qualsiasi teoria scientifica: proprio come la legge di Boyle descrive le relazioni tra la temperatura, la pressione e il volume di un gas in certe condizioni sperimentali ideali, così la nostra teoria a priori della mente consiste in descrizioni di ciò che gli esseri umani normali farebbero in condizioni ideali (specificabili fisicamente), non prescrizioni su ciò che dovrebbero fare, o su ciò che si chiede che facciano in maniera razionale.

Altri funzionalisti concordano sul fatto che possiamo fare riferimento a varie norme di inferenza e di azione nell’attribuire credenze e desideri ad altri, ma negano che vi sia alcuna incompatibilità in linea di principio tra spiegazioni normative ed empiriche. Sostengono che se esistono relazioni causali tra credenze, desideri e comportamenti che rispecchiano anche approssimativamente le norme della razionalità, allora le attribuzioni degli stati intenzionali possono essere confermate empiricamente (Fodor 1990; Rey 1997). Inoltre, molti di coloro che sostengono questo punto di vista suggeriscono che i principi di razionalità che gli stati intenzionali devono soddisfare sono piuttosto minimi e comprendono al massimo un insieme debole di vincoli sui limiti della nostra teoria della mente, come quello per cui le persone non possono, in generale, mantenere credenze (chiaramente) contraddittorie, o agire contro i loro desideri più forti (espressi con sincerità) (Loar 1981). Altri ancora suggeriscono che l’intuizione in base a cui attribuiamo credenze e desideri agli altri secondo norme razionali si basi su un errore fondamentale: questi stati sono attribuiti non sulla base del fatto che razionalizzano il comportamento in questione, ma se tali soggetti possono essere visti come se stessero usando dei principi di inferenza e azione sufficientemente simili ai nostri – siano essi razionali, come il Modus Ponens, o irrazionali, come la fallacia dello scommettitore o gli esempi ormai familiari di “irrazionalità prevedibile” documentati in Kahneman, 2011 (vedi Stich 1981 e Levin 1988, per la discussione di questa questione, e per un dibattito più generale sulla compatibilità dei principi normativi e psicologici, vedere Rey, 2007 e Wedgwood, 2007. Vedi anche Glüer e Wikforss, 2009, 2013, e per ulteriori discussioni, la voce la normatività del significato e del contenuto)

Nondimeno, sebbene molti funzionalisti sostengano che le considerazioni discusse sopra dimostrano che in linea di principio non vi è ostacolo per una teoria funzionalista che abbia presa empirica, queste preoccupazioni sulla normatività dell’attribuzione intenzionale continuano ad alimentare lo scetticismo sul funzionalismo (e, del resto, su qualsiasi teoria scientifica della mente che utilizzi termini intenzionali).

Oltre a queste preoccupazioni generali sul funzionalismo, ci sono questioni singolari che sorgono per le caratterizzazioni funzionali di stati esperienziali o fenomenici. Queste questioni saranno discusse nella sezione successiva.

5.5 Funzionalismo e il problema dei qualia

Le diverse tipologie di teorie funzionaliste – siano esse analitiche o empiriche, TISF (Teoria dell’Identità dello Stato Funzionale) o specificazioni funzionali – caratterizzano gli stati mentali esclusivamente in termini relazionali, specificamente causali. Un’obiezione che viene rivolta comunemente e di frequente, tuttavia, è che tali caratterizzazioni tralasciano il carattere fenomenico, o i “qualia”, degli stati esperienziali come percezioni, emozioni e sensazioni corporee, in quanto trascurano una proprietà essenziale di quest’ultimi, ossia “ciò che si prova” (Nagel 1974) ad avere tali stati. Le prossime tre sezioni presenteranno le obiezioni più rilevanti in riferimento alla capacità delle teorie funzionaliste di caratterizzare adeguatamente questi stati. (Queste difficoltà, ovviamente, si estenderanno agli stati intenzionali, se, come sostengono alcuni filosofi, “ciò che si prova” ad avere questi stati è tra le loro proprietà essenziali. (Vedi Searle 1992, G. Strawson, 1986, Horgan e Tienson, 2002, Kriegel 2003, Pitt 2008, per le prime presentazioni di questo punto di vista, e vedi Bayne e Montague, 2011, e Smithies, 2013a e 2013b per discussioni più generali sul fatto che gli stati intenzionali possiedano un carattere fenomenico, spesso indicato come “fenomenologia cognitiva”, e, se così fosse, come questo viene caratterizzato.)

5.5.1 Qualia invertiti e assenti

Le prime obiezioni che verranno prese in considerazione sono le obiezioni dei qualia “invertiti” e dei qualia “assenti”, strettamente collegate a Ned Block (1980b; vedi anche Block e Fodor 1972). L’obiezione dei qualia “invertiti” rivolta al funzionalismo sostiene che potrebbe esistere un individuo che, ad esempio, si trova in uno stato che soddisfa la definizione funzionale della nostra esperienza del colore rosso, ma che, in realtà, sta facendo esperienza del colore verde – e questo vale analogamente per tutti i colori dello spettro. Tale critica deriva dall’affermazione, discussa dai filosofi a partire da Locke fino a Wittgenstein, secondo cui potrebbe esistere un individuo che possiede uno “spettro invertito” che, dal punto di vista comportamentale, è comunque indistinguibile da qualcuno che vede i colori normalmente; entrambe le obiezioni citate all’inizio si basano sull’affermazione secondo cui le caratterizzazioni puramente relazionali in questione non sono in grado di fare distinzioni tra esperienze diverse con pattern causali isomorfici. (Nida-Rümelin, 1996, sostiene che la scienza della visione del colore lasci aperta la possibilità che possano esistere “soggetti invertiti” rosso-verdi funzionalmente equivalenti, ma anche se l’opzione dei qualia “invertiti” non è davvero una possibilità empirica negli esseri umani, a causa di alcune asimmetrie nel nostro “spazio di qualità” per il colore e anche a causa di alcune differenze nelle relazioni delle esperienze del colore con altri stati mentali, come le emozioni (Hardin 1988), sembra tuttavia possibile che esistano creature con spazi di qualità del colore perfettamente simmetrici, per i quali una caratterizzazione puramente funzionale dell’esperienza cromatica non avrebbe successo.)

Un’obiezione correlata alla precedente, l’obiezione dei qualia “assenti”, sostiene, invece, che potrebbero esistere creature funzionalmente equivalenti agli esseri umani i cui stati mentali non hanno alcun carattere qualitativo. Nel noto esperimento mentale degli “abitanti della Cina”, Block (1980b) ci invita a immaginare che la popolazione cinese (scelta in quanto le sue dimensioni si avvicinano al numero di neuroni di un tipico cervello umano) viene reclutata per duplicare la sua organizzazione funzionale per un certo periodo di tempo, ricevendo l’equivalente di input sensoriali da un corpo artificiale e trasmettendo messaggi avanti e indietro via satellite. Block sostiene che un tale sistema “a testa di omuncolo” – o “Blockhead”, come è stato chiamato – non avrebbe stati mentali dotati di un qualche carattere qualitativo (oltre ai qualia posseduti dagli individui stessi), e per cui potrebbero esistere stati funzionalmente equivalenti a sensazioni o percezioni che sono privi delle loro caratteristiche “sensazioni”. Al contrario, alcuni sostengono che il ruolo funzionale non sia necessario per il carattere qualitativo: ad esempio, sembra che si possano avere fitte di dolore lievi, ma peculiari, che non hanno cause tipiche o effetti caratteristici.

Tutte queste obiezioni pretendono di caratterizzare una creatura attraverso l’organizzazione funzionale tipica degli esseri umani, ma senza alcun tipo di qualia, e pertanto di aver fornito un controesempio alle teorie funzionaliste degli stati esperienziali. Una linea di risposta, inizialmente avanzata da Sydney Shoemaker (1994b), sostiene che sebbene possano essere possibili duplicati funzionali di noi stessi con qualia “invertiti”, i duplicati con qualia “assenti” invece non lo sono, dal momento che la loro possibilità condurrebbe ad uno scetticismo insostenibile per quanto riguarda il carattere qualitativo dei propri stati mentali. Questo argomento è stato tuttavia contestato (Block 1980b; ma vedi la risposta di Shoemaker in 1994d, e Balog, 1999, per una visione correlata), e la risposta più comune a queste obiezioni, in particolare all’obiezione di qualia “assenti”, consiste nel chiedersi se scenari che coinvolgono creature come i Blockhead forniscano veri e propri controesempi alle teorie funzionaliste degli stati esperienziali.

Ad esempio, alcuni teorici (Dennett 1978; Levin 1985; Van Gulick 1989) sostengono che questi scenari forniscono controesempi evidenti solo in riferimento a teorie funzionaliste grezze, e che invece l’attenzione ai dettagli, aspetto tipico di caratterizzazioni più sofisticate, indebolirà l’intuizione secondo cui sono possibili duplicati funzionali di noi stessi con qualia “assenti” (o, al contrario, che esistono stati qualitativi senza ruoli funzionali distintivi). Tuttavia, la plausibilità di questa linea di difesa è spesso messa in discussione, dal momento che c’è tensione tra l’obiettivo di aumentare la sofisticazione (e quindi i poteri individuativi) delle definizioni funzionali e l’obiettivo (per i funzionalisti analitici) di mantenere queste definizioni entro i limiti degli a priori (vedi la sezione 4.2), o (per gli psico-funzionalisti) in maniera abbastanza ampia da essere istanziabili da creature diverse dagli esseri umani. Un suggerimento correlato ritiene che i qualia “assenti” sembrano possibili solo a causa delle nostre fantasiose discordanze, in particolare perché è difficile per noi concepire, in qualsiasi momento, tutte le caratteristiche rilevanti, anche della più semplice caratterizzazione funzionale degli stati esperienziali; un’altra proposta sostiene che l’intuizione secondo cui i Blockhead sono privi di qualia si basa sullo sciovinismo – verso creature con forme sconosciute e tempi di reazione prolungati (Dennett 1978), o creature con parti ampiamente distribuite nello spazio (Lycan, 1981, Schwitzgebel 2015 e commenti).

Esistono altre risposte all’obiezione dei qualia “assenti” molto note nella letteratura, ma il cui obiettivo è a più ampio raggio. L’argomento di Block fu inizialmente presentato come una sfida esclusivamente alle teorie funzionaliste, sia analitiche che empiriche, e non generalmente alle teorie fisicaliste degli stati esperienziali; la preoccupazione principale era che le risorse puramente relazionali delle descrizioni funzionali fossero incapaci di catturare il carattere qualitativo intrinseco di stati come “provare dolore” o “vedere rosso”. (Infatti, nel 1980b di Block, p. 291, egli suggerisce che gli stati qualitativi possano essere interpretati al meglio come “stati composti i cui componenti sono un quale e uno stato funzionale”, e aggiunge, in una nota di chiusura (nota 22) che il quale “potrebbe essere identificato con uno stato fisico-chimico”. Ma ci sono obiezioni simili che sono state sollevate contro tutte le teorie fisicaliste degli stati esperienziali che è importante considerare, quando valutiamo le idee delle teorie funzionaliste. Queste critiche saranno discusse nelle prossime due sezioni.

5.5.2 Funzionalismo, zombie e la “lacuna esplicativa”

Un’obiezione importante, avanzata (tra gli altri) da Kripke (1972) e Chalmers (1996a), deriva dal ben noto argomento di Cartesio nella Sesta meditazione (1641); dal momento che Cartesio può immaginare sé stesso come separato dal corpo (e viceversa), e poiché la capacità di concepire chiaramente e distintamente le cose come esistenti separatamente garantisce che esse siano di fatto distinte, egli è di fatto distinto dal suo corpo.

La versione dell’argomento di Chalmers (1996a, 2002), nota come “Argomento degli zombie”, è stata particolarmente influente. La prima premessa di questo argomento è che è concepibile, in un senso speciale, robusto, “positivo”, che esistano duplicati di qualcuno, molecola per molecola, senza qualia (chiamiamo questi esseri “zombie”, seguendo Chalmers 1996a). La seconda premessa è che gli scenari concepibili “positivamente” in questo modo rappresentano possibilità reali, metafisiche. Quindi, conclude Chalmers, gli zombi sono possibili e il funzionalismo – o, più in generale, il fisicalismo – è falso. La forza della discussione sugli zombie è dovuta in gran parte al modo in cui Chalmers difende le sue due premesse; egli fornisce una descrizione dettagliata di ciò che è necessario affinché gli zombi siano concepibili, e anche un argomento per cui la concepibilità degli zombi implica la loro possibilità (vedi anche Chalmers 2002, 2006, 2010, Cap.6, e Chalmers e Jackson 2002). Questo resoconto, basato su una teoria più completa di come possiamo valutare le affermazioni sulla possibilità e la necessità, nota come “semantica bidimensionale”, riflette un modo sempre più popolare di pensare questi argomenti, ma rimane comunque controverso. (Per modi alternativi di spiegare la concepibilità, vedere Kripke (1986), Hart (1988); per la critica dell’argomento dalla semantica bidimensionale, vedere Yablo 2000, 2002, Bealer 2002, Stalnaker 2002, Soames 2004, Byrne e Prior 2006; ma vedi anche Chalmers 2006.)

In modo simile, Joseph Levine (1983, 1993, 2001) sostiene che, anche se la concepibilità degli zombie non implica che il funzionalismo (o più in generale, il fisicalismo) sia falso, questi rivela una “lacuna esplicativa” non riscontrata in altri casi di riduzione inter-teorica, poiché il carattere qualitativo di un’esperienza non può essere dedotto da una sua descrizione fisica o funzionale. Tali tentativi pongono quindi un problema unicamente epistemologico per le riduzioni funzionaliste (o fisicaliste) degli stati qualitativi.

In risposta a queste obiezioni, i funzionalisti analitici sostengono, come hanno fatto con le obiezioni dei qualia invertite e assenti, che un’attenzione sufficiente a ciò che è richiesto perché creatura duplichi la nostra organizzazione funzionale rivelerebbe che gli zombie non sono realmente concepibili, e quindi che non c’è una minaccia per il funzionalismo e nessuna lacuna esplicativa. Similmente si può affermare che, mentre gli zombie possono sembrare concepibili, alla fine li troveremo inconcepibili, data la crescita della conoscenza empirica, proprio come ora troviamo inconcepibile che potrebbe esistere l’H2O senza l’acqua (Yablo 1999). In alternativa, alcuni suggeriscono che l’inconcepibilità degli zombi attende lo sviluppo di nuovi concetti che possano fornire un collegamento tra i nostri attuali concetti fenomenici e fisici (Nagel 1975, 2000), mentre altri (McGinn 1989) sono d’accordo, ma negano che gli esseri umani siano in grado di formare tali concetti.

Nessuna di queste risposte, tuttavia, sarebbe un’efficace difesa dello psico-funzionalismo, che non tenta di fornire un’analisi dei concetti dell’esperienza (o suggerisce che potrebbero essercene a venire). Ma c’è una strategia sempre più popolare per difendere il fisicalismo da queste obiezioni, che potrebbe essere usata per difendere lo psico-funzionalismo, vale a dire ammettere che non possono esserci analisi concettuali di concetti qualitativi (per esempio per ciò che si prova a vedere il rosso o ciò che si prova a sentire dolore) in termini puramente funzionali, e concentrarsi invece sullo sviluppo di argomenti per dimostrare che la concepibilità degli zombie non implica che tali creature siano possibili, né che riveli una lacuna esplicativa.

Una linea di argomentazione (Block e Stalnaker 1999; Yablo 2000) sostiene che la concepibilità di presunti controesempi ad affermazioni sulle identità psico-fisiche o psico-funzionali, come quella degli zombie, è analoga ad altri casi di riduzione inter-teorica, nella quale la mancanza di analisi concettuali dei termini da ridurre rende concepibile, sebbene non possibile, che le identità siano false. Tuttavia, l’argomento continua sostenendo che, se questi casi si verificano abitualmente in quelle che sono generalmente considerate riduzioni avvenute con successo nelle scienze, allora è ragionevole concludere che la concepibilità di una situazione non implica la sua possibilità.

Un’argomentazione differente (Horgan 1994; Loar 1990; Lycan 1990; Hill 1997, Hill e McLaughlin 1999, Balog 1999) sostiene che se generalmente la concepibilità di uno scenario implica la sua possibilità, gli scenari che coinvolgono gli zombie rappresentano delle importanti eccezioni. La differenza è che i concetti fenomenici (o l’espressione “ciò che si prova”) usati per descrivere le proprietà dell’esperienza, che noi pensiamo manchino agli zombi, sono significativamente diversi dai concetti discorsivi di terza persona del nostro senso comune e delle teorie scientifiche, come i concetti di massa, forza o carica; questi comprendono una classe speciale di rappresentazioni non discorsive, in prima persona, di quelle proprietà. Mentre i concetti di terza persona e concettualmente indipendenti x e y possono essere ragionevolmente considerati per esprimere proprietà metafisicamente indipendenti, o modalità di presentazione, non si può trarre nessuna conclusione metafisica quando uno dei concetti in questione è di terza persona e l’altro è fenomenico, poiché questi concetti potrebbero semplicemente individuare le stesse proprietà in modi diversi. Pertanto, la concepibilità degli zombi, dipendente qual è dal nostro uso di concetti fenomenici, non fornisce alcuna prova della loro possibilità metafisica.

Il punto di questa linea di difesa è l’affermazione in base a cui questi speciali concetti fenomenici possono denotare proprietà funzionali (o fisiche) senza esprimere modalità irriducibilmente qualitative di presentazione di esse, perché altrimenti non si potrebbe ritenere che questi concetti si applichino effettivamente ai nostri duplicati funzionali (o fisici), anche se è concepibile che non lo facciano. Ciò, non a caso, è stato contestato e attualmente in letteratura si discute molto sulla plausibilità di questa affermazione. Se questa linea di difesa ha successo, tuttavia, può anche fornire una risposta all’ “Argomento della proprietà distintiva”, discusso nella sezione 3.3. (Vedere Chalmers 1999, Holman, 2013 per le critiche a questo punto di vista, ma si vedano le risposte di Loar 1999, e Hill e McLaughlin 1999, Balog, 2012, Levin, 2008, di prossima pubblicazione, Diaz-Leon, 2010, 2014; vedere anche Levin 2002, 2008 e Shroer, 2010, per la presentazione di una visione ibrida.)

5.5.3 Funzionalismo e l’argomento della conoscenza

In un’altra importante sfida correlata al funzionalismo (e, più in generale, al fisicalismo), Thomas Nagel (1974) e Frank Jackson (1982) sostengono che una persona potrebbe conoscere tutti i fatti fisici e funzionali su un certo tipo di esperienza e ancora non sapere “che cosa si prova” ad avere quella determinata esperienza. Questo è noto come l’ “Argomento della conoscenza” e la sua conclusione è che esistono alcune proprietà delle esperienze – “ciò che si prova” a vedere il rosso, ad avere dolore o a percepire il mondo attraverso l’eco-localizzazione – che non possono essere identificate con funzioni o proprietà fisiche.

Sebbene ora né Nagel (2000) né Jackson (1998) supportino questo argomento, molti filosofi sostengono che solleva problemi particolari per qualsiasi visione fisicalista (vedi Alter 2007 e, in risposta, Jackson 2007).
Una prima difesa contro questi argomenti, sostenuta principalmente, ma non solo, dai funzionalisti a priori, è nota come “Ipotesi dell’abilità”. (Nemirow 1990, 2007, Lewis 1990, Levin 1986). I teorici dell’ipotesi dell’abilità suggeriscono che sapere che cosa si prova a vedere il rosso o ad avere dolore è semplicemente una sorta di conoscenza pratica, un “sapere come” (immaginare, ricordare o identificare, un certo tipo di esperienza) piuttosto che una conoscenza di proposizioni o fatti. (Vedere Tye 2000, per un riepilogo dei pro e dei contro di questa posizione; per ulteriori discussioni, vedere i saggi in Ludlow, Nagasawa e Stoljar 2004). Una visione alternativa tra i funzionalisti contemporanei consiste nel sostenere che arrivare a sapere che cosa si prova a vedere il rosso o a provare dolore significa in effetti acquisire una conoscenza proposizionale offerta in modo univoco dall’esperienza, espressa in termini di concetti primari di quelle esperienze. Ma, continua l’argomento, questo non costituisce alcun problema per il funzionalismo (o fisicalismo), dal momento che questi speciali concetti di prima persona non hanno bisogno di denotare, o di introdurre come “modalità di presentazione”, delle proprietà irriducibilmente qualitative. Questo punto di vista, ovviamente, condivide i punti di forza e di debolezza della risposta analoga agli argomenti della concepibilità discussi sopra. Se è plausibile, tuttavia, può anche contestare l’argomento di alcuni filosofi (ad esempio, Chalmers, 2002, Stoljar, 2001 e Alter, 2016) (argomento) che sostiene che nessuna teoria fisicalista, nemmeno la fisica fondamentale, può mostrare altro che una relazione che concerne gli elementi nei loro domini – la loro struttura e dinamica – e arriva alla conclusione per cui nessuna teoria fisicalista può descrivere quelle che sembrano, interiormente, le proprietà intrinseche, non-relazionali dei nostri stati esperienziali. (Si vedano i saggi in Alter e Nagasawa, 2015, parte III, per ulteriori discussioni.)

C’è un’ultima strategia per difendere un resoconto funzionalista degli stati qualitativi contro tutte queste obiezioni, vale a dire l’eliminativismo (Dennett 1988; Rey 1997, Frankish, 2016). Si può cioè negare che esistano cose come “qualia irriducibili” e sostenere che la credenza che tali cose esistano, o forse addirittura che potrebbero esistere, è dovuta ad un’illusione o alla confusione.

6. Il futuro del funzionalismo

Nell’ultima parte del XX secolo, il funzionalismo si è imposto come teoria dominante sugli stati mentali. Come il comportamentismo, il funzionalismo porta gli stati mentali fuori dal regno del “privato” o del soggettivo e conferisce loro lo statuto di entità aperte alla ricerca scientifica. Ma, in contrasto con il comportamentismo, la caratterizzazione funzionalista degli stati mentali in termini di ruoli nella produzione del comportamento garantisce loro l’efficacia causale che il senso comune vuole che abbiano. E permettendo che gli stati mentali abbiano una realizzabilità multipla, il funzionalismo sembra offrire un resoconto degli stati mentali compatibile con il materialismo, senza limitare la classe di coloro che hanno una mente solo a creature con un cervello come il nostro.

Più recentemente, tuttavia, c’è stata una rinascita dell’interesse per la tesi dell’identità di tipo psicofisica, alimentata in parte dalla tesi secondo cui, nella pratica attuale delle neuroscienze, gli stati neurali sono individuati per tipo in maniera più grossolana della teoria dell’identità precedente, che teorici come Place, Feigl e Smart hanno ipotizzato. Se è così, allora si darebbe il caso che creature che differiscono da noi nella loro struttura neurofisiologica a grana fine possano comunque condividere i nostri stati neurali, e quindi la tesi dell’identità psicofisica potrebbe rivendicare parte della sua portata, una volta pensata esclusivamente per il funzionalismo. La plausibilità di questa tesi dipende, in primo luogo, dal fatto che tali creature siano o meno i nostri equivalenti funzionali, e, in caso affermativo, se le loro somiglianze sottostanti sarebbero in realtà somiglianze neurali (a grana grossa), e non somiglianze psico-funzionali (a grana più fine). (Vedasi Bechtel 2012, Bickle 2012, McCauley 2012 e Shapiro e Polger 2012, Polger e Shapiro, 2016, Aizawa e Gillett, di prossima pubblicazione, e i saggi in DeJoong e Shouten 2012, per ulteriori discussioni; vedasi anche la voce sulla realizzabilità multipla https://plato.stanford.edu/entries/multiple-realizability/). Anche così, sembra che potrebbero esistere creature, sia biologiche che non-biologiche, che sono funzionalmente equivalenti a noi, ma che non possiedono nemmeno le nostre proprietà neurali a grana grossa. Se è così, e se queste creature possono essere realmente considerate come se condividessero i nostri stati mentali – certo, è una tesi controversa – allora, anche se gli stati neurali possono essere individuati in modo più grossolano, il funzionalismo manterrà la sua pretesa di una maggiore universalità rispetto alla teoria dell’identità.

Rimangono altre questioni sostanziali legate al funzionalismo. La maggior parte delle discussioni sulle prospettive del funzionalismo si concentra sulla sua adeguatezza come resoconto di stati esperienziali familiari come esperienze, percezioni e stati intenzionali familiari, come credenze e desideri. Ma sebbene alcuni filosofi abbiano considerato se possono esistere caratterizzazioni funzionali adeguate delle emozioni e degli stati d’animo (ad esempio Rey, 1990, Nussbaum, 2003, deHoog, et al, 2011), c’è un crescente interesse per queste questioni e deve essere fatto più lavoro. Inoltre, vi è un crescente interesse nel determinare se possano esistere delle caratterizzazioni funzionali plausibili di esperienze percettive non-standard, come la sinestesia, e vari tipi di stati alterati di coscienza che possono derivare dall’ingerenza di droghe o dalla meditazione focalizzata. (Vedasi Gray et al. 2002, 2004 e Deroy, 2017, per discussioni sulla sinestesia. Per discussioni generali sugli stati alterati di coscienza, vedere Velmans e Schneider, edizioni (2007), e Thompson, (2015).

Un’altra domanda è se le teorie funzionaliste possano accogliere visioni non standard sulla collocazione degli stati mentali, come l’ipotesi della cognizione estesa, che sostiene che alcuni stati mentali come i ricordi – e non solo i loro contenuti rappresentazionali – possono risiedere fuori dalla testa. Tale questione ha implicazioni non solo per la credibilità di una caratterizzazione funzionalista della memoria, ma anche di credenze, emozioni e stati d’animo. (Vedere Clark e Chalmers 2002, Clark, 2008, Adams e Aizawa 2008, Rupert 2009, Sprevack 2009 e i saggi in Menary, 2010, per ulteriori discussioni.)

In generale, la sofisticazione delle teorie funzionaliste è andata aumentando da quando sono state introdotte, ma così è stato anche per la sofisticatezza delle obiezioni al funzionalismo, specialmente ai resoconti funzionalisti della causalità mentale (sezione 5.2), della conoscenza introspettiva (sezione 5.3) e del carattere qualitativo degli stati mentali (sezione 5.5). Per coloro che non sono convinti della plausibilità del dualismo, tuttavia, e non vogliono limitare gli stati mentali a creature fisicamente come noi, rimangono le attrattive iniziali del funzionalismo. La sfida principale per i futuri funzionalisti, quindi, sarà quella di soddisfare queste obiezioni alla teoria, articolando una teoria funzionalista con dettagli sempre più convincenti, oppure mostrando come le intuizioni che alimentano queste obiezioni possano essere dispiegate.

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Copyright © 2018 by
Janet Levin <levin@usc.edu>

Hanno contribuito alla traduzione:
Mattia Corsini, Marco Faccenda, Francesco Nicolini,
Filippo Pelucchi, Giacomo Penna, Edoardo Piccaluga