SIFA National Conference
Bologna, September 23-26, 1998
Science, Philosophy and Common Sense
Abstracts


Giovanni Mion (nickbert@tin.it)

Come sono possibili i giudizi necessari a posteriori? predicativo vs. regolativo



Scopo della C.R.P. di Kant e' rispondere alla domanda: come sono possibili i giudizi sintetici a priori?; scopo di Kripke dimostrare la possibilita' dei giudizi necessari a posteriori. Dimostrata la quale e' allora possibile rispondere alla domanda, che caratterizza ogni problema ontologico: Che cosa c'e'?, perche' a differenza dell'ontologia immaginata ad es. da Wittgenstein, la sua vuole quella del 'senso comune', commisurata cioe' alle reali possibilita' espressive del linguaggio naturale.
Chiarita la differenza tra necessario (concetto metafisico) e a priori (concetto epistemologico) Kripke definisce attraverso una "stipulazione" che qualcosa che e' analiticamente vero e' insieme necessario e a priori, e ammette inoltre verita' necessarie a posteriori e contingenti a priori. Il suo interesse a chiarire questi concetti e le loro relazioni e' finalizzato alla discussione sugli asserti di identita' concernenti i nomi propri di persona o cosa: quando diciamo che 'Espero e' Fosforo' o che 'Cicerone e' Tullio', cio' che diciamo e' necessario o contingente?
Risponde Kripke:

gli asserti di identita' tra cio' che chiamiamo nomi nel linguaggio naturale sono necessari, cioe' veri in tutti i mondi possibili, ma a posteriori, perche' a priori non sappiamo che Espero e' Fosforo e non abbiamo alcuna possibilita' di scoprire la risposta se non empiricamente.

Se i nomi propri sono designatori rigidi designano lo stesso individuo tanto nel mondo reale che in ogni mondo possibile. Un asserto di identita' tra nomi propri, se e' vero nel mondo reale, e' vero in tutti i mondi possibili, e poiche' cio' che e' vero in tutti i mondi possibili e' necessariamente vero, ne segue che se tali asserti sono veri, lo sono necessariamente. La posizione del descrittivista e' molto diversa: secondo lui cio' che un nome proprio denota e' determinato dal suo senso, e se si ritiene che questo senso sia espresso da una descrizione definita, allora e' possibile che, in mondi diversi, oggetti diversi soddisfino la descrizione, e che il nome quindi si riferisca o ad oggetti diversi o, qualora non si dia alcun oggetto in grado di soddisfare la descrizione, sia privo di riferimento. Qual e' invece la posizione di Kripke in merito agli asserti esistenziali? E innanzi tutto a che cosa si riferisce il nome 'Aristotele' in quei mondi possibili in cui Aristotele non esiste o non e' mai esistito? Oppure: il nome 'Aristotele', cosi' come e' comunemente usato, denota Aristotele in tutti i mondi possibili o solo in tutti i mondi possibili in cui Aristotele esiste? Ogni indecisione viene superata nella prefazione a Nome e Necessita', dove nella nota 21 dichiara:

Dico che un nome proprio designa rigidamente il suo referente anche quando parliamo di situazioni controfattuali in cui quel referente non sarebbe esistito.

Ma forse Kripke non ha compreso la vera natura degli asserti esistenziali (anch'essi necessari a posteriori come gli asserti di identita') secondo i quali se Aristotele esiste o e' esistito nel mondo reale allora esiste o e' esistito in ogni mondo possibile, e analogamente se Achille non esiste o non e' mai esistito nel mondo reale allora non esiste e non e' mai esistito in nessun mondo possibile. Soluzione che puo' sembrare poco plausibile perche' generalmente si pensa che la parola 'necessario' possa essere applicata con proprieta' soltanto alle proposizioni analitiche (cioe' a quelle che non si possono negare senza cadere in contraddizione) e mai a quelle sintetiche. La proposizione 'Aristotele esiste' (come 'Espero e' Fosforo') puo' invece essere negata senza contraddizioni, ma se e' vera esprime una verita' necessaria; un essere necessario quindi non e' un essere di cui e' contraddittorio negare l'esistenza, ma un essere che se esiste nel mondo reale (nel mondo cioe' cui viene fissato il riferimento dei termini linguistici essendo esso l'unico che possiamo indicare) esiste allora in ogni mondo possibile.
Tra le considerazioni aggiuntive a Nome e Necessita', Kripke sostiene di non poter piu' scrivere, come una volta in " Semantical Consideration on Modal Logic" , che 'Holmes non esiste, ma in altri stati di cose sarebbe esistito', perche' questa proposizione darebbe l'impressione erronea che un nome immaginario come 'Holmes' denoti un particolare individuo possibile ma non reale. Egli pero' non aggiunge chiare giustificazioni a sostegno di questa tesi.
Possiamo invece affermare che la communis opinio secondo cui, anche se Holmes non e' mai esistito, certamente potrebbe o avrebbe potuto esistere e in alcune circostanze esiste o e' veramente esistito, non esprime in realta' qualcosa di metafisico intorno all'esistenza di Holmes, ma qualcosa riguardo alle nostre credenze intorno alla sua esistenza. Possiamo cioe' sensatamente affermare che Aristotele avrebbe anche potuto non esistere, ma questo condizionale ha un valore puramente epistemico e non controfattuale. Tra reale e possibile intercorre in questo specifico caso la stessa relazione che intercorre tra metafisica ed epistemologia. Si consideri la differenza tra gli enunciati:

Aristotele e' esistito
Aristotele avrebbe potuto non esistere


Il primo enunciato esprime qualcosa di metafisico intorno ad Aristotele, cioe' che egli esiste in se' e per se'. Il secondo invece non esprime qualcosa di metafisico intorno ad Aristotele, cioe' non dice che la sua esistenza e' un fatto puramente contingente (anch'essa modalita' metafisica del discorso), perche' questa contingenza metafisica ha luogo unicamente nella relazione dei predicati (essere l'autore della Metafisica) con il loro soggetto, e non essendo l'esistenza un predicato, non si applica ad essa. Il secondo enunciato esprime allora qualcosa intorno alle nostre credenze: quando la possibilita' di una cosa non presuppone un'esistenza certa (e la certezza e' appunto una modalita' epistemica del discorso), questa e' contingente - in senso appunto epistemico e non controfattuale - giacche' la sua negazione non toglie la sua possibilita'.
Se pur per ragioni opposte, anche per Kripke quindi 'essere' non e' un predicato alla stregua di tutti gli altri, essendo la sua estensione la stessa in tutti i mondi possibili, e la totalita' degli individui associata a ciascun mondo possibile la stessa che si da' nel mondo reale, mentre l'estensione di un predicato "genuino" varia al variare dei mondi. Per usare la terminologia di Kripke 'essere' e' rigido: come i nomi propri ha un riferimento, ma e' privo di senso. Il fatto che gli asserti esistenziali siano necessari a posteriori non significa pero' che se Aristotele e' esistito debba esistere ancora (dato che e' possibile adoperare tuttora il suo nome in maniera sensata): il che equivarrebbe a pensare che i mondi possibili siano stadi dell'evoluzione del nostro. Tali mondi al contrario sono semplicemente dei modelli atti all'interpretazione della pratica linguistica. (La dimensione temporale interviene nella caratterizzazione dei nomi propri come designatori rigidi solo attraverso l'idea di catena causale della comunicazione).
Un asserto del tipo 'Aristotele esiste' non dice nulla dell'oggetto cui il nome 'Aristotele' si riferisce, ma dice che ripercorrendo a ritroso nel tempo la catena causale attraverso cui il nome di Aristotele si e' protratto, finiremmo per giungere ad un battesimo originario: ideale unificazione tra metafisica (comprensione) ed epistemologia (credenza). Perche' se questo processo non avesse un termine (almeno in senso ideale) si genererebbe un regresso all'infinito, tale da rendere impossibile progettare un immagine del mondo (vera o falsa che sia).
In quanto privo di senso, 'essere' non si pone dunque come predicato, ma come regola o norma volta a dirigere le nostre predicazioni verso un ideale incontro tra il piano cognitivo legato alla comprensione e quello epistemico legato invece alla credenza.


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