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Brains, Persons, and Society *** ABSTRACTS
Cervelli, Persone e Società ***ABSTRACTS |
Clotilde Calabi
Dipartimento
di Filosofia, Università degli Studi di Milano
Illusioni
superficiali
Le superfici degli
oggetti sono
una cosa notoriamente complicata e quando sono coinvolte nelle
illusioni
ottiche, rendono la descrizione dell’illusione particolarmente
insidiosa. Un’illusione
ottica che solleva problemi descrittivi interessanti proprio in
relazione alla
nozione di superficie è il cubo di Necker. Mi
propongo di mettere in luce alcune
caratteristiche di questa illusione, criticando l’interpretazione che
ne dà
Gregory.
Il cubo di Necker
è una
struttura formata da dodici linee, corrispondente alla proiezione
isometrica di
un cubo, che può essere
interpretata
come un cubo orientato in due modi differenti. Esso è membro di
una famiglia a
cui appartengono anche l’angolo di Mach e la scala di Schroeder. La
caratteristica peculiare di queste figure è che generano una
percezione bistabile:
l’osservatore oscilla da un’interpretazione delle linee a un’altra, e
il
fenomeno che caratterizza il passaggio dalla percezione di una figura
tridimensionale all’altra è detto “commutazione”. Con la
commutazione noi
vediamo prima un solido e poi un altro solido, oppure (nel caso del
cubo di
Necker) diversi orientamenti del medesimo solido. La commutazione
è resa
possibile dalla percezione di profondità, ma non è solo
la percezione della
profondità a rendere queste figure interessanti (come possiamo vedere la profondità in una rappresentazione
bidimensionale?). E’ soprattutto la natura flip-flop
della percezione della profondità. Per tutti questi oggetti
visivi abbiamo non soltanto una discrepanza fra realtà
percepita (tridimensionale) e realtà fisica bidimensionale (il
foglio e le
linee che vi sono tracciate). Abbiamo anche una complicazione in
più e cioè la
commutazione. A me interessa questa complicazione in più nel
caso del cubo di
Necker.
Nell’articolo argomento che per catturare
in modo adeguato la commutazione del cubo è necessario
distinguere fra le sue
facce e superfici nonché specificare le operazioni che
l’osservatore deve compiere
nei confronti delle une e delle altre. In particolare, sostengo quanto
segue.
Le superfici, intuitivamente, sono ciò che
separa l’interno di un oggetto dal suo esterno. Se
osserviamo gli oggetti dall’esterno,
incontriamo le loro superfici: vediamo gli oggetti nel vedere le loro
superfici. Incontriamo le superfici anche quando osserviamo gli oggetti
dal
loro interno. Vediamo però “parti” differenti di queste
superfici, e cioè, in
un caso vediamo le loro facce esterne e nell’altro le facce interne. Si
noti
però che le facce non sono parti proprie delle superfici. Le
facce sono, piuttosto,
il lato visibile di una superficie. Quale sia il lato visibile di una
superficie dipende dal punto di osservazione. Quando il cubo di Necker
commuta
accade che tutte le facce interne visibili diventano esterne e tutte le
facce esterne
visibili diventano interne. Sia le facce interne che sono visibili sia
le facce
esterne visibili, dopo la commutazione, restano ancora visibili.
Dunque, per
descrivere la commutazione dobbiamo presupporre che le superfici del
cubo abbiano
sia facce interne visibili sia facce esterne visibili e dobbiamo capire
che
cosa accade a ciascuna di esse. Attenzione, però: non basta, per
descrivere
questo fenomeno, osservare che tutte le facce esterne diventano interne
e
viceversa, perché se consideriamo il
disegno notiamo che è formato da porzioni in cui le facce
risultano sovrapporsi
parzialmente e notiamo in aggiunta che l’inversione riguarda ciascuna
di queste
porzioni. Questa potrà parere una banalità, poiché
vi è l’inversione delle
facce a cui le porzioni vengono assegnate e dunque, a fortiori,
l’inversione concerne
anche queste ultime. Non lo è, perché le porzioni non
sono semplicemente parti
delle superfici né, di conseguenza, sono parti delle facce (sono
infatti parti
del disegno) e perché in quanto aree di sovrapposizione (ogni
porzione è
un’area di sovrapposizione) richiedono all’osservatore uno sforzo
duplice:
1)
disambiguare la porzione, cioè
assegnarla a due diverse
facce contemporaneamente.
2)
operare l’inversione sulle facce operandola
sulle
porzioni da cui risultano le facce
Gregory, pur
notando che nella
commutazione sono coinvolte le facce di un oggetto, non distingue fra
facce
interne e facce esterne, assimilando le facce del cubo alle sue
superfici.
Finisce così col descrivere la commutazione nei termini di
queste ultime: la
commutazione sarebbe lo spostamento di una superficie da una posizione
rispetto
all’osservatore a un’altra posizione. Invece, per descrivere
adeguatamente questo
fenomeno è necessario sottolineare che esso riguarda le
superfici perché
riguarda in primo luogo le loro facce e riguarda le facce in quanto
riguarda
porzioni del disegno. Una superficie non può commutare, se non
commuta la sua
faccia. E una faccia non può commutare se non viene disambiguata
ogni porzione
del disegno. Nell’articolo difendo la superiorità della mia
descrizione rispetto
a quella di Gregory, e nel farlo mi avvalgo di una particolare nozione
di
superficie astratta. Concludo sottolineando alcune implicazioni
interessanti
della mia analisi del cubo, che concernono lo statuto di una classe
particolare
di oggetti astratti, gli oggetti astratti visivi.


