Brains, Persons, and Society *** ABSTRACTS
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Luciana Ceri
Università di Firenze

 La teoria della sensibilità di John McDowell

 Contro l’universalismo McDowell difende una concezione particolarista del ragionamento morale: i giudizi morali non sono conclusioni di inferenze di cui la premessa maggiore è un principio e la premessa minore è un enunciato sulle proprietà descrittive dell’oggetto giudicato. Obiettivo polemico di McDowell è la tesi non-cognitivista della reciproca indipendenza della componente descrittiva e di quella valutativa del significato dei termini morali.

 Al modello deduttivo dei giudizi morali McDowell oppone una concezione del ragionamento morale fondata sulla sensibilità, intesa come capacità (peculiare della persona virtuosa) di percepire, volta per volta, le caratteristiche moralmente salienti di un’azione e di stabilire, così, se sia giusta; i giudizi morali sono espressione di questa percezione, che, secondo McDowell, non può essere scomposta in un elemento cognitivo e in uno affettivo.

 A McDowell verranno mosse tre obiezioni. La prima riguarda la debolezza della volontà; si mostrerà che McDowell non è in grado di spiegare il conflitto in cui si trova chi ha una volontà debole e che ciò dipende dall’assunzione che stati mentali cognitivi e affettivi siano inestricabilmente legati. Ma non solo. Se le tesi di McDowell fossero vere, non si darebbero casi di debolezza della volontà.

 La seconda obiezione riguarda la giustificazione dei giudizi morali. Secondo McDowell non è possibile condurre attraverso il ragionamento la persona non virtuosa a vedere le cose come le vede la persona virtuosa: la razionalità della virtù non è dimostrabile a chi non abbia già un carattere virtuoso; i giudizi (e le scelte) dell’agente virtuoso possono essere compresi e giustificati solo assumendo il suo punto di vista: non disponiamo di una prospettiva neutrale dalla quale sia possibile esaminare la situazione nella quale ha agito. Quello proposto da McDowell, però, non è un diverso modello di giustificazione dei giudizi e delle scelte morali, ma una forma di persuasione. McDowell, infatti, insiste sull’importanza delle abilità retoriche per condurre qualcuno a vedere una situazione come la vedrebbe l’agente virtuoso e le ragioni a favore di un corso d’azione; ma il ricorso alla retorica e all’enfasi su certi fatti caratterizza i processi persuasivi, non quello della giustificazione. E non solo.

 Se fosse vero, come sostiene McDowell, che le scelte dell’agente virtuoso non sono giustificabili se non dal suo punto di vista, il ragionamento morale risulterebbe avere un carattere elitario: potrebbe comprendere e apprezzare le scelte della persona virtuosa soltanto chi fosse stato educato all’interno della comunità alla quale quella persona appartiene; chi non ne condividesse la forma di vita sarebbe privo della capacità di formulare giudizi e di cogliere le ragioni che valgono a favore delle azioni che quella comunità giudica giuste. Ma ragioni che possano essere comprese soltanto da chi assuma il punto di vista di chi le offre non sono intelligibili, e l’intelligibilità è un requisito che le ragioni devono soddisfare. Se le ragioni che una persona dà in sostegno del proprio giudizio sono inscindibili dalle sue convinzioni morali, è difficile capire come sia possibile discuterne e valutarne la validità e comprenderle appieno (se non venendone persuasi). La teoria di McDowell, così, non è in grado di spiegare come sia possibile affrontare il disaccordo morale. 

 Il modello di giustificazione proposto da McDowell è analogo al modello «narrativo» di Dancy. Si mostrerà che tale modello è insoddisfacente, perché l’unico criterio di correttezza delle narrazioni risulta essere quello della coerenza interna; possono però esserci due narrazioni della stessa situazione internamente coerenti, ma contrastanti. Come risolvere, allora, il disaccordo tra esse e stabilire quale sia corretta? McDowell potrebbe rispondere che ci sono varie comunità morali, i membri di ciascuna delle quali sono d’accordo su quali narrazioni siano corrette, e osserva anzi che in una teoria del giudizio morale le richieste di convergenza dovrebbero essere «radicalmente relativizzate rispetto ad un certo punto di vista». Questa conclusione, però, rivela una tensione interna alla teoria di McDowell, poiché è inconciliabile con la posizione realista che lui stesso difende.

 La terza obiezione riguarda la nozione di sensibilità, centrale nella teoria di McDowell. McDowell ne ha una concezione fortemente riduttiva, poiché la presenta esclusivamente come disposizione ad agire in un certo modo e come capacità singola, unitaria. Si sosterrà invece che la sensibilità è una disposizione di tipo più complesso; ed è singolare che McDowell, pur sostenendo (con Iris Murdoch) che il non-cognitivismo è incapace di dare una spiegazione esaustiva della fenomenologia morale, non si soffermi sui diverso contributi che la sensibilità può dare all'attività morale.