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Massimo Dell’Utri
Università di Sassari

Su alcune ragioni per sostenere una posizione metafisica di tipo epistemico


L’ambito in cui il mio intervento si pone è la metafisica, intesa come area della riflessione filosofica dedicata alla elaborazione di concezioni della realtà. Lo scopo che mi prefiggo è difendere una posizione epistemica. Con questo termine si qualificano di solito concezioni secondo le quali la nozione di realtà dipende concettualmente da quella di conoscenza, il che induce a ritenere che ogni aspetto della realtà sia almeno in linea di principio conoscibile. Per converso, secondo le posizioni metafisiche non epistemiche il mondo è indipendente dalle facoltà conoscitive umane e nessun legame concettuale impone che il reale sia conoscibile. Le posizioni metafisiche non epistemiche sono dunque l’implicito bersaglio polemico del mio intervento. Ma perché?

È mia opinione che, nonostante abbiano difensori di tutto rispetto – da Karl Popper a Thomas Nagel, da Bernard Williams a Robert Nozick –, e nonostante costoro offrano concezioni miranti a spiegare come gli esseri umani riescano ad acquisire conoscenza, le tesi non epistemiche finiscano paradossalmente per implicare l’impossibilità della conoscenza umana, collassando così su una forma di scetticismo radicale.

Secondo una posizione non epistemica, un enunciato può essere vero anche indipendentemente dalla nostra possibilità di saperlo. In altre parole, il valore di verità di alcuni enunciati può restare inconoscibile. La situazione che, dunque, questa impostazione configura è quella per cui gli esseri umani possono conoscere il valore di verità di certi enunciati e la porzione di mondo a cui questi enunciati si riferiscono, ma non possono conoscere il valore di verità di altri enunciati e il correlativo aspetto del mondo. Sorge però il problema: su quale base distinguere gli enunciati il cui valore di verità è conoscibile da quelli il cui valore di verità non lo è? Sosterrò che una tale base non esiste. Tra gli enunciati il cui valore di verità rimane inconoscibile può dunque esserci un enunciato che riguarda la nostra situazione esistenziale totale, come ad esempio l’enunciato “Noi siamo cervelli in una vasca”, epitome dello scetticismo radicale.

Riconosciuta l’impossibilità di ottenere vere e proprie “dimostrazioni” in favore dell’uno o dell’altro tipo di posizione metafisica, la pericolosa vicinanza della concezione non epistemica allo scetticismo potrebbe costituire un argomento indiretto a sostegno della concezione epistemica. La forza di tale argomento indiretto ovviamente dipende dalle ragioni di cui disponiamo contro lo scetticismo radicale. Quali ragioni si possono addurre contro lo scetticismo? Almeno quattro, e alla loro illustrazione è dedicata buona parte del mio intervento. Le elencherò brevemente.

La prima ragione fa ricorso a intuizioni prefilosofiche, ossia a intuizioni relative alla conoscenza, al mondo e al loro rapporto radicate nella nostra forma mentis generale prima ancora di un esame filosoficamente attrezzato. Le intuizioni prefilosofiche o preteoriche sono convinzioni profonde, immediate e condivise riguardanti la nostra situazione esistenziale e cognitiva in larga misura assimilabili a quel sentire generalizzato che va sotto il nome di “senso comune”. L’idea che verrà sviluppata nell’intervento è che fa parte del nostro repertorio prefilosofico l’intuizione secondo cui disponiamo di un certo numero di conoscenze in diversi campi. Proprio questo è ciò che lo scetticismo nega.

Un’altra ragione viene desunta da alcuni risultati della riflessione di C.S. Peirce e L. Wittgenstein, che per vie indipendenti sono arrivati a stabilire l’insensatezza del dubbio radicale, il dubbio tipicamente scettico.

La terza ragione è quella addotta da D. Davidson, secondo cui, in generale, non si può dar senso all’errore se non sulla base di credenze corrette. Se dunque un errore o una falsità non possono non presupporre una certa quota di correttezza e verità, abbiamo che l’errore totale rispetto al mondo – quello che non lascia spazio ad alcun enunciato vero – risulta inintelligibile.

Infine, una ragione a sostegno di una posizione epistemica viene ricavata dall’adozione di un atteggiamento “pragmatico”, consistente nel valutare lo scarso guadagno, in termini della comprensione di noi stessi e del mondo, desumibile da una posizione scettica.