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Francesca De Vecchi
Università di Ginevra

Lo statuto ontologico degli atti sociali

 Nel mio intervento pongo la questione dello statuto ontologico degli atti sociali – atti come promettere, domandare, comandare, informare, pregare ecc. – a partire dalla descrizione di questi atti presentata da Adolph Reinach nel suo I fondamenti a priori del diritto civile (1913). Più precisamente, cerco di rispondere alle questioni seguenti: che cosa rende gli atti sociali “sociali”, differenziandoli da altri tipi di atti? In che modo gli atti sociali “creano” la realtà sociale?

Costruisco la mia risposta affrontando i seguenti problemi:

i)      Lo statuto degli atti sociali in quanto atti: sono dei vissuti psichici e intenzionali, ma sono al contempo irriducibili a questi stessi vissuti (la volontà di fare una promessa non è una promessa). Gli atti sociali infatti “creano” qualcosa nel mondo esterno, al di fuori dei soggetti degli atti: il promettere per esempio produce una promessa ovvero una struttura socio-relazionale, costituita da un obbligo (il promittente deve onorare la promessa) e da un diritto (il promissorio si aspetta che la soddisfazione sia soddisfatta), che esiste a priori, indipendentemente dal riconoscimento dei soggetti. Questa “novità ontologica”, oggettiva ed esterna ai soggetti, introdotta nel mondo dagli atti sociali, rende a mio avviso insoddisfacente la loro classificazione in base al paradigma fenomenologico del vissuto psichico e intenzionale.

ii)    Il rapporto degli atti sociali con gli atti intersoggettivi: in entrambi i casi si tratta di atti che implicano, come condizione del loro compimento, la presenza o il riferimento a un altro soggetto. Ma nel caso degli atti sociali ci sono delle condizioni ulteriori che devono essere soddisfatte: il loro essere rivolti a un altro soggetto esige anche una ricezione o percezione da parte dell’altro – una co-attività? Inoltre, a differenza degli atti semplicemente intersoggettivi, l’oggetto o riferimento vero e proprio dell’atto non è l’altro soggetto, ma per così dire l’oggetto della relazione all’altro soggetto: è ciò che prometto, ordino, domando all’altro; mentre l’altro soggetto costituisce piuttosto l’oggetto di un’intenzionalità di secondo grado (Mulligan 1987). La mia ipotesi è che sia questa “oggettività” terza, trascendente ed esterna ai due soggetti, verso la quale convergono le intenzionalità di entrambi i soggetti, agente e ricevente, a trasformare la dimensione intersoggettiva in sociale e a distinguere l’intersoggettivo dal sociale.

iii)  La somiglianza degli atti sociali con gli atti di parola o performativi, quali sono stati teorizzati da Austin (1962) e da Searle (1969) una cinquantina d’anni dopo Reinach. Il linguaggio (o un altro mezzo di espressione) sembra infatti giocare un ruolo essenziale nel compimento degli atti sociali: l’atto deve avere un’espressione fisica che è il mezzo per il quale si manifesta all’altro soggetto, il mezzo per il quale il soggetto agente comunica al soggetto a cui si riferisce il contenuto del suo atto. Atti sociali e atti di parola sono allora gli stessi atti, come ritengono alcuni autorevoli filosofi (Mulligan 1987, Smith 2000)?

iv)  L’efficacia o potere poietico degli atti sociali: il compimento degli atti sociali introduce qualcosa di nuovo nel mondo. È un agire che è un fare (tratto che condividono con i performativi). Di che senso di “fare” (Reinach utilizza i verbi “costruire”, “creare”, “produrre”) è questione? La mia ipotesi è che si tratti di una modificazione o di un nuovo arrangiamento degli stati di cose del mondo: gli atti sociali sarebbero degli atti che creano qualcosa di nuovo dando nuova forma e struttura a una “materia” già esistente. (Si apre qui il problema dello statuto ontologico della realtà sociale, troppo complesso per essere affrontato nell’ambito di questo stesso intervento).

 

Austin J.L. (1962), How to Do Things with Words, Oxford University Press.

Mulligan K. (1987), «Promisings and Other Social Acts : Their Constituents and Structure», in K. Mulligan (1987), ed., Speech Act and Sachverhalt. Reinach and the Foundation of Realist Phenomenology, Kluwer, Dordrecht/Boston/Lancaster, pp. 29-90.

Reinach A. (1989), Sämtliche Werke. Texkritische Ausgabe in 2 Bänden, hrsg. von K. Schuhmann–B. Smith, Philosophia Verlag, München-Hamden-Wien.

Searle J.R. (1969), Speech Acts. An Essay in Philosophy of Language, Cambridge University Press.

Smith B. (2000), «Per una teoria degli atti linguistici», in S. Besoli, L. Guidetti, a cura di (2000), Il realismo fenomenologico. Sulla filosofia dei circoli di Monaco e Gottinga, Quodlibet, Macerata, pp. 385-417.