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Gianfranco Pellegrino
Luiss Guido Carli, Roma

Contro il pluralismo e il particolarismo

 Il paper si divide in due parti. Nella prima si considerano alcuni argomenti contro la possibilità di avere una teoria etica normativa che si richiami ad un unico principio generale. Nella seconda si discutono gli argomenti, mostrandone l’insufficienza in due passi: i. il particolarismo non sostiene il pluralismo e ii. il pluralismo senza il sostegno del particolarismo è plausibile tanto quanto il monismo.

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 Lo schema classico di teoria etica normativa si articola in:

i.                    monismo: è possibile, almeno in linea di principio, trovare un unico criterio morale (nella forma, ad esempio, di un’affermazione che specifica un’unica proprietà – ad esempio, la capacità di produrre piacere– in virtù della quale certe azioni, situazioni o tratti del carattere – d’ora in poi AST – sono moralmente rilevanti);

ii.                  completezza: tale criterio morale è capace (ancora, almeno in linea di principio) di indicare sempre la condotta moralmente corretta.

 Contro questo modello di teoria normativa alcuni muovono le seguenti obiezioni:

 Pluralismo

1.      dilemmi o conflitti morali (vs. i.): molte delle situazioni concrete presentano differenti aspetti moralmente salienti, e tali aspetti richiamano più principi, e principi spesso opposti. In casi del genere, decidere facendo appello ad un solo principio etico significa sacrificare la ricchezza della realtà, nonché trascurare la rilevanza morale di aspetti che sono invece ovviamente rilevanti – come viene testimoniato dal rincrescimento che gli agenti manifestano quando sono costretti a compiere una sola di due azioni egualmente doverose o buone. Il monismo normativo è – o presuppone – una descrizione impoverita e insufficiente dei tratti moralmente salienti della realtà. Di conseguenza,

2.      buck passing view: la proprietà di essere moralmente rilevante è una mera proprietà formale, vale a dire è la proprietà di secondo livello di avere tutte le altre proprietà che di volta in volta contribuiscono alla rilevanza morale di un AST nel contesto dato. La proprietà di essere moralmente rilevante è la proprietà di avere la proprietà di essere capace di produrre piacere, di essere conforme all’eguaglianza distributiva, di essere conforme al merito, di essere confacente alle relazioni significative fra gli agenti …. Di conseguenza, non c’è nessuna proprietà comune, data una volta per tutte, delle AST moralmente rilevanti – a parte la proprietà di essere moralmente rilevante. Ci possono essere svariati principi morali, che corrispondono alle proprietà che di volta in volta rendono una AST moralmente saliente. Ma siccome non c’è nessuna proprietà comune che raggruppi i casi di salienza morale, non può esserci nessun principio morale unico.

Il pluralismo dei tratti moralmente rilevanti si può spiegare ammettendo il

Particolarismo,

articolato in:

3.      incodificabilità: le proprietà che, in un contesto dato, possono essere moralmente rilevanti – o contribuire alla rilevanza morale di un AST  – sono infinite. Di conseguenza, non solo non c’è una proprietà comune a tutti i casi di rilevanza morale: non esiste neanche una proprietà che sia sempre moralmente rilevante – o contribuisca sempre alla rilevanza morale. Di conseguenza,

variabilismo: le proprietà moralmente salienti funzionano in maniera variabilista rispetto al contesto (più precisamente: la loro salienza morale funziona così): la medesima proprietà – ad esempio, la capacità di produrre piacere – può, in contesti anche di poco differenti, avere rilevanza morale opposta, o non averne affatto. Di conseguenza, non è possibile avere una teoria morale completa: non esiste nessuna proprietà di AST che sia di necessità sempre dotata di rilevanza morale.

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 Vs. incodificabilità: la fenomenologia della vita morale richiede solo che ci siano molte proprietà che possono essere moralmente rilevanti, non già la tesi che ce ne siano infinite.

Vs. variabilismo: il variabilismo richiede che la realtà abbia proprietà “spesse” (come “essere piacevole” quando sia inteso come non riducibile ad episodi cerebrali di elettrostimolazione) le quali rimangono fisse ma mutano la loro rilevanza morale. E’ più plausibile pensare che ci siano proprietà “spesse” che hanno sempre la stessa rilevanza morale, ma possono sparire o comparire dalla struttura che costituisce una certa situazione. In caso sadismo non c’è piacere che ha perduto la consueta rilevanza morale positiva, ma una proprietà diversa che è la crudeltà.

Vs. pluralismo: che la realtà morale ci appaia costituita da svariate caratteristiche moralmente salienti non implica che la loro rilevanza sia primitiva. Essa potrebbe derivare dalla rilevanza di altre proprietà più fondamentali, e si potrebbe scoprire che c’è una sola proprietà moralmente rilevante che sta alla base della rilevanza secondaria, e apparente, dei tratti della realtà che ci colpiscono. Se sono falsi variabilismo e incodificabilità, non è detto che la realtà là fuori sia multiforme come i nostri giudizi morali: questi ultimi potrebbero essere delle rappresentazioni solo imperfette – che non rintracciano adeguatamente le vere proprietà moralmente rilevanti. Di conseguenza, il rincrescimento degli agenti non può automaticamente essere preso come segno di un dato di fatto reale. Potrebbe essere solo un pregiudizio.