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Chiara Testino
Università di Genova 

Razionalità strumentale e ragioni per l’azione

La proposta di questo lavoro è quella di discutere lo status del principio di razionalità strumentale (IP) all’interno del dibattito sulla razionalità pratica, in particolare riferimento alla discussione sulle ragioni per l’azione e alle critiche mosse al modello desiderio-credenza.

In particolare, prenderemo in esame il problema di stabilire se e a che condizioni (IP) può essere considerato un requisito della razionalità pratica e la questione se esso ne sia l’unico requisito. A questo scopo verranno analizzate in modo specifico le posizioni di Nagel[1] e Dreier[2] per sottolinearne le analogie e sottolineare al tempo stesso come considerazioni del tutto simili portino ad esiti differenti.

Il problema può essere formulato come segue: secondo una concezione delle ragioni per l’azione basata sul modello desiderio-credenza, la presenza di un desiderio appropriato è condizione necessaria affinché si possano attribuire legittimamente ragioni per l’azione ad un individuo; questo in quanto soltanto la presenza di tale desiderio, unica possibile fonte di motivazione, può garantire che l’agente agisca o abbia agito sulla base della ragione che ha (o che gli si attribuisce) per compiere una certa azione.

La critica più incisiva a questo modello d’interpretazione delle ragioni per l’azione è quella che esso sostiene una teoria della motivazione che presuppone ma non dimostra che il ruolo della razionalità pratica si riduce all’applicazione di (IP) e che non è quindi in grado di garantire a tale principio neppure uno status genuinamente normativo, ma piuttosto gli attribuisce il mero ruolo di canone interpretativo.

L’idea che esamineremo è quella di risolvere il problema considerando i requisiti della razionalità pratica parallelamente a quelli della razionalità teoretica e di analizzare in quale relazione stiano con gli stati mentali coinvolti nelle due differenti forme di ragionamento.

Nei casi in cui un individuo fallisca nel trarre un’inferenza o manchi della motivazione appropriata ad agire, si potrebbe pensare che basti aggiungere un ulteriore elemento per risolvere il problema: una credenza nel caso teoretico, un desiderio nel caso pratico. Sia secondo Nagel sia secondo Dreier, tuttavia, questa strategia risulterebbe fallimentare, ed essi offrono argomentazioni analoghe a sostegno di questa tesi puntando sugli aspetti strutturali del dare ragioni.

Prendiamo il caso teoretico (l’argomento della Tartaruga del celebre esempio di Carroll): consideriamo l’esempio di un individuo che crede che p, che crede che se p allora q ma che non crede che q. Che cosa manca all’individuo in questione per trarre la conclusione corretta? Si potrebbe essere tentati di dire che gli manchi un’altra credenza, la “credenza” nel modus ponens. Tuttavia, quando si  traggono inferenze, “la credenza nel modus ponens” non è tra le premesse, e inoltre il problema dell’individuo è che quali che siano le sue credenze egli non è in grado di trarre la corretta conclusione e, quindi, aumentare il numero di premesse sembra inutile. Il punto è che quando si giustifica una proposizione p si può argomentare che se si crede in un’altra proposizione, diciamo q, e nel fatto che se p allora q, allora si deve credere che q. Questa è la struttura di una giustificazione teoretica e se non si è, per così dire, sensibili alla regola del modus ponens, nulla conta come una ragione per credere.

Lo stesso vale per il rapporto tra desideri e principi pratici.

Immaginiamo qualcuno che abbia un desiderio, conosca i mezzi per raggiungerlo e tuttavia fallisca nell’essere motivato a metterli in atto, manifesti quindi una forma di irrazionalità pratica. Il punto è sempre stabilire che cosa manchi affinché egli agisca razionalmente. Supponiamo che la persona in questione ‘faccia spallucce’ di fronte a (IP), che tale ‘regola’ non lo motivi a fare nulla.

Tentare di motivarlo dotandolo del desiderio di adeguarsi a quel requisito sarebbe inutile: anche nel caso, infatti, in cui l’individuo in questione avesse davvero il desiderio di soddisfare (IP), non si vede come egli sarebbe motivato da questo ulteriore desiderio, dal momento che il suo problema è proprio quello di non essere in grado di essere motivato a mettere in atto i mezzi per soddisfare i suoi desideri.

Come per il caso teoretico, è in gioco la possibilità stessa del dare ragioni: se non si è in grado di trarre un’inferenza pratica, nemmeno quella più basilare, allora nulla conta come una ragione.

A partire da questa analisi preliminare mostreremo come due tesi contrapposte si reggano su una analoga argomentazione: in un caso essa serve a mostrare che il principio (IP) non può essere l’unico principio di razionalità pratica, nell’altro invece a mostrare che lo è.



[1] Nagel, T.: The Possibility of Altruism, Oxford: Princeton University Press, 1970. – trad. it. Id., La possibilità dell’altruismo, Bologna: Il Mulino, 1994.

[2] Dreier, J., “Humean Doubts about the Practical Justification of Morality”. In: Cullity, G., Gaut, B. (a cura di): Ethics and Practical Reason. Oxford : Clarendon Press, 1997.